Dopo il successo di Fury Road, Mad Max ritorna a bordo della sua ruggente automobile al grido di “Valhalla!”

Data di uscita 4 settembre 2015
Genere Action, Adventure
Modalità di gioco Singleplayer
Piattaforme PlayStation 4, Xbox One, PC
Sviluppato da Avalanche Studios
Distribuito da Warner Bros. Interactive Entertainment
Versione testata PC
Cover

Sabbia, relitti rugginosi, rovine. Simulacri di un’umanità che non c’è più. Rombi di motore, olio bruciato, grida di follia. Ferinità di un mondo ormai dimenticato. Fame, sete, morte. Destino dei viventi, ombre degli estinti.
È questo il mondo in cui Max Rockatansky sopravvive dal 1979, quando George Miller volle ripensare l’idea di post apocalisse, ideando lande desertiche in cui tutte le virtù cardinali erano andate a farsi benedire, sostituite da pesanti dosi di follia sadica e protossido di azoto. Trabiccoli arrugginiti e corazzati sfrecciavano sulla calda sabbia sospinti dalla pazzia vomitando fiamme, in cerca di prede da uccidere e risorse da conquistare, e poi c’era Max, Mad Max, silenzioso guidatore tormentato da visioni di una famiglia che non ha saputo proteggere. Allora era un giovane Mel Gibson a calarsi nei panni del protagonista, il film si chiamava Mad Max (Inteceptor in Italia) e avrebbe avuto tre seguiti, Mad Max 2: The Road Warrior nell’81, Mad Max Beyond Thunderdome nell’85 e infine Mad Max: Fury Road uscito quest’anno, in cui la parte di Max è stata affidata all’attore britannico Tom Hardy e con una Charlize Theron in grandissimo spolvero. Evito di essere tedioso consigliandovi di guardare Fury Road, poiché tutti quelli che stanno leggendo questa recensione avranno sicuramente già visto il film (o almeno spero), e mi dirigo a tutta velocità sul gioco di Avalanche Studios, la quale ha abbandonato l’agente Rico Rodriguez a favore di un tipaccio più scorbutico e squilibrato alla guida di una carcassa su quattro ruote.

Recensione Mad Max 1

Due uomini e una motosega

È dura la vita dei tie-in, nella maggior parte dei casi non sono solo inferiori alla controparte filmica, ma persino diverse spanne sotto al concetto di decenza. Non importa se Mad Max sia migliore o peggiore del suo compagno su bobine, quello che realmente conta è che Rockatansky ha spazzato via con un calcio ben assestato sulle gengive tutte le incertezze sulla produzione, e non ha importanza che abbiate già letto il numeretto lì in basso, lo dico ora, accompagnato dal trambusto degli urlatori di guerra, strepitando come un folle quasi a slogarmi la mascella: Mad Max è un ottimo gioco!
Ora che il peso è stato finalmente rimosso cominciamo ad addentare il nostro gustoso panino di iguana divorandolo come un beduino affamato, sediamoci intorno ad un fuoco che divampa in un bidone mangiato dalla ruggine e ascoltiamo il racconto di un barbuto mentecatto. Il suo gioiello, un bolide nero come la notte che lui chiamava Interceptor, era stato rapito da un tipo brutto tanto quanto il nome che portava: Lord Scrotus. Figlio di Immortan Joe, Scrotus placava i suoi istinti animali razziando e uccidendo, ma quel giorno aveva trovato un avversario psicopatico e pericoloso quanto lui: in un brutale scontro fisico la lama di una motosega gli lacerò il cranio, conficcandosi nel suo cervellino. Il dolore misto a rabbia che sprigionò nel suo ululato segnò un nuovo inizio per Max, la sua auto era andata e orde di fanatici omicidi volevano la sua pelle per ricoprire le poltrone del loro signore della guerra, ferito ed umiliato. Senza risorse, in un deserto che sembrava perdersi nell’infinità, Max trovò dei compagni: un cane ferito, Dinki-Di, e un deforme ma abile meccanico, Chumbucket, pervaso dalla folle idea che Max fosse un santo e che avesse una sacra missione per conto del sacro Angelo della Combustione. Allo stesso tempo abile e stravagante, Chum aveva organizzato un’officina in cui aveva iniziato la costruzione di un auto divina, il suo capolavoro: la Magnum Opus.

Recensione Mad Max 2
Più rassomigliante ad un ammasso di ferraglia che al fantasmagorico veicolo con il quale dovremo passare la maggior parte del tempo, la Magnum Opus aveva bisogno di essere potenziata per essere paragonata alla veloce e potente Interceptor. Max e il suo gobbo compare si imbarcarono quindi in una crociata alla ricerca di pezzi sempre più potenti e trofei da esibire sull’auto, scendendo spesso a patti con personaggi temibili rintanati in forti composti da ferraglie e ruderi. La trama non ha nulla a che spartire con quella di Fury Road, persino le fattezze del personaggio sono lontane da quelle di Tom Hardy e Mel Gibson, ed anzi è forse più vicina a quella dei primi film dedicati al folle Max. I personaggi, estremamente caricaturali e parossistici, le ambientazioni ed in parte anche la storia potrebbero far tornare alla memoria giochi come Rage, Borderlands oppure Fallout, bisogna tenere in considerazione, però, che i titoli appena elencati hanno, dichiaratamente o meno, preso a modello la creazione di Miller e possono essere quasi definiti “Mad Max apocrifi“. Dico ciò per agganciarmi alla critica che sto per muovere al comparto narrativo, insipido fino alla metà, retto solo da alcuni personaggi che si ergono ad emblema della decadenza post apocalittica e ne portano i segni sul corpo oltre che nella mente. Oltre allo svitato Chum, che è un personaggio che o si ama o si odia, senza particolari vie di mezzo, troviamo i fanatici che adorano darsi fuoco cadendo in una sorta di estasi mistica, psicopatici dediti all’autolesionismo e moderni Noè che sperano in un secondo diluvio universale. Poi accade che la storia comincia ad ingranare, pigia sull’acceleratore ossidato e svuota le bombole del nos, alcuni fatti spiazzanti smuovono l’andamento lineare dell’avventura, Max acquisisce carisma e perde la poca sanità mentale rimastagli. Persino gli incontri casuali nelle wastelands, finora inutili ed insulsi, iniziano ad essere sfoghi del traboccare di follia del personaggio e a farci dubitare di molte cose. Purtroppo però poi il gioco finisce, lasciandoci l’amaro in bocca e la sensazione che, in fin dei conti, Borderlands e soci avevano svolto il compito decisamente meglio.

Recensione Mad Max 3

La sanità mentale è un’imperfezione

In questa recensione penso di aver esaurito tutti i sinonimi di “pazzia“, ma credetemi se vi dico che la ripetizione del termine è oltremodo necessaria, almeno per descrivere l’universo di Mad Max. Chi lo conosce sa benissimo che gli ultimi scampoli di sopravvissuti alla caduta del mondo si dilettano a fare gara a chi ce l’ha più grosso modificando automobili in maniera addirittura comica: chi, come i Porcospini, le adorna con spuntoni rugginosi in grado di infilzare e squarciare il metallo e la carne, altri le addobbano con enormi totem, in un contrasto tra macabro ed affascinante, altri ancora le attrezzano con bruciatori che riescono a fondere uomini e mezzi. In Mad Max sarà la Magnum Opus la nostra dama del deserto, dovremo prenderci cura di lei come una figlia da 300 cavalli e decorarla dando sfogo a tutta la nostra follia recondita. Impareremo ad amarla e ad amare gli scontri al volante, i quali garantiranno una bella dose endovena di divertimento, la equipaggeremo con armi e difese in grado di contorcere le lamiere all’impatto e di far stramazzare al suolo gli sfortunati guidatori. Nei combattimenti su quattro ruote contro altri veicoli potremo imitare un toro furibondo scagliandoci ad alta velocità contro i nemici oppure sverniciare le fiancate con assalti caricati laterali. Se gli attacchi scriteriati a testa bassa non vi vanno a genio c’è sempre l’opzione B: utilizzare il vasto arsenale di arnesi mortali che il buon Chum sa adoperare con maestria. Un arpione in grado di staccare ruote, sportelli e sbalzare via il guidatore, oltre che abbattere torri e cancelli, lance esplosive che aprono buchi grandi come cocomeri, bruciatori laterali o i più classici fucili a pompa e di precisione, maneggiati dallo stesso Max. Così come la personalizzazione, la modalità di combattimento da utilizzare a bordo della Magnum Opus è estremamente varia e libera. Sarà difficile trovare qualcosa di più divertente dell’inseguire a velocità assurde un convoglio di banditi urlanti, con la sabbia negli occhi, odore di olio bruciato e adrenalina, per poi vederlo esplodere in mille pezzi e recuperare un trofeo di battaglia.

Recensione Mad Max 4
Il combattimento a bordo dei bolidi è ben realizzato, ma è andando ad analizzare altri aspetti del gioco che le problematiche vengono fuori dalla sabbia sotto cui sono sepolte. Le stesse scazzottate, ispirate con chiarezza al Free Flow dei Batman: Arkham, risultano monotone e con poco mordente, nonostante l’estrema brutalità delle mosse finali e di alcune esecuzioni. L’IA nemica ci dà spesso troppo tempo per pensare, mentre altre volte ci colpisce quando stiamo terminando un’animazione senza la possibilità di difenderci. Inoltre, nonostante siano sbloccabili diverse mosse che aggiungono pepe agli scontri, dopo un po’ peserà la carenza di animazioni e di modi per picchiare il grugno. Il quadro non migliora neanche durante gli scontri con i boss, anzi se vogliamo dirla tutta peggiora pure, situazioni non molto diverse da una normale pugna, solo con un nemico decisamente più gagliardo, da abbattere semplicemente schivando e poi dandoci dentro come se non ci fosse un domani: un tran tran che vi verrà a noia da subito.

Recensione Mad Max 9
Sotto lo stesso sguardo critico vanno poste le attività di contorno, come abbattere imponenti totem che torreggiano sui promontori delle lande desertiche, eliminare i cecchini che controllano il territorio o smantellare accampamenti per garantirsi rottami da spendere in potenziamenti e ridurre l’influenza di Scrotus nella zona. Se agli albori sguazzeremo letteralmente nel diletto che tali compiti possono farci provare, dopo poco scopriremo che è tutto qui, ogni zona ci spingerà a seguire lo stesso “rituale“: levarci su un pallone aerostatico che funge da avamposto dal quale individuare i punti d’interesse grazie al binocolo e poi via ad abbattere torri ed avamposti per sfoltire le fila del signore di Gastown. Ad alimentare la ripetitività che, alla lunga, comincia a farsi sentire, vi è una gestione discutibile di alcune missioni principali, le quali ci impongono di completare determinati compiti o soddisfare alcuni requisiti per iniziare, per poi constatare che la missione della storia non è altro che un’attività secondaria mascherata e guidata da un filo narrativo. Nonostante ciò si sente l’odore di Shadow of Mordor (e ciò è un bene) negli assalti agli accampamenti, le attività più divertenti da intraprendere, che vanno pianificati strategicamente per non incorrere in morte certa, almeno fin quando non saremo abbastanza potenti da caricare a testa bassa dopo esserci spruzzati della vernice argento sulla bocca e aver gridato: “Valhalla!“.

Recensione Mad Max 6
I ragazzi di Avalanche non si sono persi per strada il concetto di sopravvivenza: la vita non si autorigenera, tuttavia potrà essere ripristinata con generosi sorsi assetati dalla borraccia di Max, che va riempita presso preziose fonti d’acqua, oppure ingurgitando animali del deserto, cibo per cani e larve che stanno divorando un cadavere in putrefazione; le munizioni, inoltre, saranno presenti in quantità esigua e bisognerà farne un uso parsimonioso. Anche la Magnum Opus necessiterà di carburante, prelevabile in quantità dalle taniche sparse per il mondo di gioco, e potrà essere riparata solo da Chumbucket stesso, il quale armeggerà con gli attrezzi del mestiere ogni volta che ci fermeremo abbastanza a lungo. Il problema è che queste meccaniche influiranno poco o niente sul modo di giocare, dato che la benzina si consumerà lentamente e la vita potrà essere ripristinata con facilità, inoltre arrivati al momento in cui si potranno potenziare le fortezze dei vari leader del territorio, avremo l’occasione di realizzare determinate strutture che ci permetteranno comodamente di rifornirci di tutto il necessario. Una superficialità che non ci saremmo aspettati, in contraddizione con l’estrema cura riposta in alcuni dettagli e nella costruzione di un ambiente ammaliante e bestiale al punto giusto.
Il focus di Mad Max rimarrà tuttavia l’esplorazione, anche se non spinta dall’istinto di sopravvivenza: i luoghi riusciranno ad attirare spesso la nostra attenzione grazie al fascinoso e tribale connubio tra lamiera e sabbia. Molte delle ambientazioni si riveleranno eccessivamente lineari e la ridottissima agilità di Max ci impedirà di trovare strade alternative a quelle segnate con della vernice gialla, saremo comunque spinti a collezionare cartoline del vecchio mondo e a recuperare rottami per potenziare il nostro personaggio e la nostra auto. Al lato dei potenziamenti a suon di rottami raccolti, il gioco mette a nostra disposizione anche un sistema di levelling che poggia le sue fondamenta sui gradi Leggenda, livelli aumentabili completando determinate sfide. Ogni volta che il nostro grado aumenterà verremo premiati con un gettone che potrà essere speso per potenziare caratteristiche come la vita, il danno con le armi da mischia e così via. Per fare ciò vi basterà raggiungere Griffa, uno strambo eremita abbarbicato sulle montagne che comparirà in determinate zone, a metà tra la realtà e il sogno, questo personaggio parlerà in maniera criptica e dimostrerà di conoscere molto bene il nostro Max.
Se pensate sia finita qua siete degli stolti, Avalanche ha confezionato una miriade di altre attività che includono missioni, incontri con gli sciacalli e gare in cui vince chi è più stronzo, scusate il turpiloquio ma non avrei saputo dirlo meglio. Con una mole di contenuti di tali dimensioni un completista può superare anche le 50 ore, noi ne abbiamo impiegate “appena” 48.

Recensione Mad Max 7

Into the wastelands

Immaginate un vasto deserto, tanto grande quanto arido e polveroso. Aggiungete ossa di cetacei che sbiancano al sole, punteggiatelo con montagne e costruzioni fatiscenti, accatastate rottami e spazzatura, accendete fuochi oleosi e illuminate tutto con un sole che penetra tra le fessure della roccia creando un gioco di ombre. Il deserto di Mad Max, un oceano senza più acqua, non può essere descritto a parole adeguatamente, né le immagini a corredo possono darvi un’idea concreta di come sia in realtà. Se la vostra immaginazione continua a vorticare ancora provate a pensare ai panorami sconfinati osservabili dalla cima di alcuni promontori, a case sommerse dalla sabbia in cui anni fa alcuni bambini giocavano, templi della cristianità trasformati in santuari di sofferenze e morte, carlinghe di aerei che spuntano dalle viscere della terra come per spiccare il volo un’ultima volta. Il comparto visivo di Mad Max è stato gestito in maniera magistrale da Avalanche, con un’attenzione anche alla palette cromatica, che ricorda tantissimo l’ultimo film di Miller.

Recensione Mad Max 8

Il rosso delle esplosioni e del sangue, l’oscurità della notte illuminata dai fari della Magnum Opus, persino le fiamme che fuoriescono dai comignoli quasi vittoriani di Gastown hanno molto a che spartire con Fury Road. Si toccano le vette dell’eccellenza quando su schermo si agitano le potentissime tempeste che spazzano le wastelands, in un tripudio di fuoco e sabbia, con la visibilità ridotta, si avrà la sensazione di trovarsi in un enorme tornado di polvere pronto a risucchiarci. A incrinare l’atmosfera ci pensano diversi modelli un po’ spigolosi, alcune texture che sembrano uscite dritte dalla vecchia generazione e animazioni non all’ultimo grido, ma a parte piccole incertezze il comparto tecnico del post apocalittico di Avalanche è stato ben tornito.
Per i più “social” che amano riprendersi o fotografarsi mentre uccidono a calci un poveraccio oppure scagliano giù da un precipizio un innocente abitante delle lande, ci sarà a disposizione un editor di immagini e video, che in pochi, comodi, passaggi vi permetterà di realizzare filmati e foto davvero evocative.
La nostra prova è avvenuta su un PC moderatamente carrozzato e il gioco ha avuto pochissimi tentennamenti mantenendo un framerate solido in quasi tutti i casi. Da segnalare alcuni bug relativi soprattutto all’audio di gioco, che a volte scompare del tutto.

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Configurazione di prova

Processore Intel Core i5-2500k 3,30Ghz
Scheda Video nVidia GTX 670
Memoria 8 GB
OS Windows 10 64bit

Requisiti Minimi

Processore Intel Core i5-650, 3.2 GHz or AMD Phenom II X4 965, 3.4 Ghz
Scheda Video NVIDIA GeForce GTX 660ti o AMD Radeon HD 7870
Memoria 6 GB
OS Vista, Win 7, Win 8 (64 bit)

PRO
I combattimenti a bordo della Magnum Opus sono estremamente divertenti…
Ambientazione post apocalittica fantastica
Tecnicamente e visivamente è stato fatto un grande lavoro
Vasto e colmo di contenuti

CONTRO
…un po’ meno le scazzottate appiedate
Alcune attività potrebbero risultare ripetitive
La trama si accende solo alla fine

Commento

Non sarà la sorpresa dell’anno, e neppure un capolavoro da ammirare tra i giochi d’acqua e le siepi fiorite dell’olimpo del mondo dei videogiochi. Ma voi ce lo vedreste Max a contemplare gli uccellini e i ghirigori fioriti ammantati di farfalle multicolore? No, l’asfalto e la sabbia sono il suo mondo, uccidere la sua professione, guidare il suo scopo. Mad Max è come il suo protagonista, imperfetto e a volte scabroso, ma da un cuore d’oro in cui si deve fare breccia. La strada imboccata è quella giusta e lì giù, in fondo, oltre le lande desolate, brilla qualcosa: un miraggio? Un’oasi? Non si riesce a distinguere, ma sembra qualcosa di davvero bello.
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