Homefront_The_RevolutionLo sviluppo di Homefront: The Revolution è stato decisamente travagliato, il progetto, nato inizialmente nel 2012, è passato a diversi team di sviluppo dopo il fallimento di THQ, che inizialmente era lo sviluppatore principale del gioco.
Nonostante diverse vicissitudini e momenti in cui il progetto sembrava essere sull’orlo della cancellazione, Deep Silver e Crytek hanno preso in mano le redini dello sviluppo, la seconda mettendo a disposizione di Deep Silver il Cryengine 3, un motore grafico sicuramente all’avanguardia. Ma per Homefront: The Revolution non era ancora finita, Crytek decise di abbandonare lo sviluppo e di lasciare la patata bollente nelle mani di Deep Silver, la quale si vide costretta ad assemblare un team, Dambuster Studios (composto da ex dipendenti di Crytek), e a continuare ad investire su un progetto che sembrava maledetto.
Com’era prevedibile lo sviluppo travagliato non ha fatto bene al titolo, che è stato bocciato fin da subito dalla stampa internazionale che lo accusava di essere un’accozzaglia di idee diverse coniate da team di sviluppo differenti e puntava il dito contro Deep Silver e Dambuster, i quali evidentemente avevano riscontrato diverse difficoltà nell’utilizzo del CryEngine.
Andremo ora insieme ad analizzare il titolo e cercheremo di tenere conto delle vicissitudini vissute dal progetto e dalla buona volontà degli sviluppatori.

Resistence

Homefront: The Revolution riprende il contesto narrativo del primo capitolo: gli Stati Uniti d’America sono in crisi e per uscirne devono appoggiarsi alla Corea Del Nord, che è in grado di fornirgli gli armamenti necessari per equipaggiare l’esercito. Gli asiatici, però, non sono così benevoli e, approfittando del momento opportuno, disattivano tutti gli armamenti dell’esercito statunitense e invadono il Nord America. Le promesse di aiuti umanitari e del mantenimento dell’ordine pubblico si tramutano ben presto in un governo crudele ed oppressivo che provoca focolai di ribellione repressi nel sangue. Noi vestiremo i panni di Ethan Brady, nuovo adepto della resistenza che si oppone al KPA (Korean People’s Army), che spinto dal patriottismo e dalla volontà di liberare gli oppressi lotta per restituire la libertà al suo popolo.
La storyline principale non è assolutamente tra le migliori in circolazione e a tratti sembra scadere nel banale con un plot non caratterizzato a dovere e pochi colpi di scena che si presentano più come dei cliché già visti. Il tutto sembra anche essere narrato in maniera piuttosto confusa, questo probabilmente proprio a causa del difficile sviluppo e di idee differenti che non si incastrano bene tra loro.
Le missioni principali sono ripetitive e a tratti frustranti a causa di diversi bug che impediscono il completamento sopratutto nelle missioni di liberazione. La durata della trama principale si attesta sulle 10 ore, che aumenteranno in maniera considerevole se ci soffermeremo ad esplorare l’utopica Philadelphia, dove è ambientato il gioco, e a svolgere le diverse side quest disseminate per la mappa dedicandoci anche alla ricerca dei collezionabili.
Il mondo di gioco è molto ampio e la struttura è open-world, tuttavia la sua realizzazione è molto approssimativa e ciò danneggia il fascino generale del contesto e, a tratti, lo fa risultare addirittura ridicolo a causa di gravi pecche di level design che inficiano anche la giocabilità.

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Un survival insaspettato

Il gameplay di Homefront: The Revolution è stato sicuramente una sorpresa, il titolo infatti prende a piene mani le meccaniche di gioco dai survival più puri e le alterna con fasi di platforming ed una onnipresente componente da sparatutto in prima persona.
La componente survival è sviluppata egregiamente, così come il sistema di crafting, comodo e semplice da padroneggiare. Le sezioni platform sono anch’esse dignitose e ricordano da vicino il sistema adottato da Dying Light, rovinate però da animazioni brutte e legnose.
Parlando invece della componente da sparatutto il feeling delle bocche da fuoco non è male così come è ben sviluppato il sistema di coperture, tuttavia l’intelligenza artificiale è veramente ridicola, i nemici sono eccessivamente stupidi e tendono a bloccarsi in un punto e osservarci senza nemmeno premere il grilletto. A rincarare la dose viene in soccorso il respawn infinito dei gaglioffi nord coreani: se proviamo a nasconderci dietro un riparo e a sparare fino a quando non avremo finito le munizioni potremo osservare delle gradevoli pile di cadaveri, sicuramente in tono con l’ambientazione, ma poco piacevoli per il giocatore.
Il gameplay però non si limita a questo, se veniamo individuati da un nemico durante le fasi di esplorazione scatterà l’allarme in una zona circoscritta e per sfuggire le vie sono due: scappare e nascondersi in uno dei tanti ripari disseminati per Philadelphia oppure uccidere il maggior numero di nemici possibili sperando che l’IA non faccia brutti scherzi.
La difficoltà del gioco è tarata brutalmente verso l’alto, l’output damage è estremamente alto e anche con il personaggio potenziato al massimo andremo a terra con poche pallottole, in più il nostro buon protagonista si incastrerà in ogni dove costringendoci a ricaricare il checkpoint.
C’è pure una differenza tra le due principali zone di gioco, infatti se da una parte avremo una città perennemente in guerra dall’altra, denominata zona gialla, abitano centinaia di civili che sostengono il KPA e solo pochi di essi tentano di ribellarsi. Ciò significa che per liberare l’area dal dominio asiatico bisognerà intraprendere azioni di sabotaggio mirate e tentare di evitare gli scontri diretti.
La liberazione delle zone è necessaria per il proseguimento della storia e per il completamento della mappa, per viaggiare da una zona all’altra potremo anche utilizzare delle moto, ma con il penoso sistema di guida presente è molto preferibile farsi lunghe scarpinate appiedate.
E’ presente anche una discutibile modalità online cooperativa, una volta creato il nostro rivoluzionario potremo affrontare determinate missioni in compagnia di altri giocatori in carne ed ossa, ma il tutto non funziona a dovere e il matchmaking ci ha creato più di qualche grattacapo.

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Bug Simulator

Il primo impatto Homefront: The Revolution non è malvagio, questo grazie alle indubbie qualità del CryEngine 3. L’illuminazione, le condizioni atmosferiche, le texture e anche qualche effetto particellare sono veramente belli da vedere, ma dopo poco noteremo subito la pochezza dei modelli poligonali, le brutte animazioni in prima persona, che tendono ad essere imbarazzanti, la scarsa cura riposta nel level design e evidenti glitch grafici e pop-up delle texture. Tutto condito da un frame-rate degno di un album fotografico anche su configurazioni di fascia alta, persino con i dettagli al minimo. Be’ è facilmente comprensibile che giocare in queste condizioni è un’impresa titanica, sempre se il gioco non decide di crashare e rimandarci ad un bel desktop nero che ci costringe a riavviare il PC.
Il comparto audio non è male, il doppiaggio è discreto e i suoni sono buoni così come la colonna sonora, ma questo non basta a risollevare un lavoro insufficiente sotto molti punti di vista.

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PRO
Qualche idea di gameplay è azzeccata
Buone premesse di trama…
CONTRO
…che poi diventa confusa
Comparto tecnico e ottimizzazione imbarazzanti
Sistema di guida tra i peggiori di sempre
Comparto online solo accessorio