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    Recensione Finding Paradise – La Sigmund torna in azione

    Finding Paradise rappresenta il perfetto sequel di To The Moon. Il titolo riesce fin da subito a superare l’ostacolo “more of the same”, che rischiava di gettarlo nell’oblio dei titoli “di cui non se ne sentiva il bisogno”, grazie alla variazione delle tematiche proposte e delle situazioni affrontate. Ancora una volta, il talento di Kan Gao ha colpito nel segno: grazie a una scrittura e a un comparto tecnico (colonna sonora in particolare) semplicemente magnifici, il titolo riesce ad esprimere alla perfezione quella componente sentimentale che tanto aveva fatto innamorare i fan del primo titolo di Freebird Games e che ancora una volta li terrà attaccati allo schermo, per poter aiutare Neil ed Eva a cercare il Paradiso di Colin.

    RPG Maker è ed è sempre stato uno dei programmi più semplici da usare per creare videogiochi in maniera “amatoriale”. Non a caso, infatti, grazie a una serie di elementi preimpostati, chiunque con un po’ di impegno potrebbe creare il proprio titolo, senza possedere doti particolari nel campo della programmazione. Molti sono le piccole produzioni che sono riuscite ad accumulare un discreto successo, alcune di esse sono anche state distribuite gratuitamente: ricordiamo, tra le tante, Ib, Corpse Party, Yume Nikki, Ao Oni e Mad Father.

    In quest’enorme moltitudine di titoli, è spuntato, nel 2011, To The Moon, sviluppato da Freebird Games e ideato da Kan Gao, di cui è stato anche il compositore. Un titolo che, nella sua semplicità, è riuscito a conquistare centinaia di migliaia di fan in tutto il mondo. Dopo ben sei anni dall’uscita di To The Moon e A Bird Story, sempre sviluppato da Freebird Games e pubblicato nel 2014, è stato annunciato Finding Paradise, seguito spirituale del primo capitolo. Sarà riuscito a rispettare le (alte) aspettative dei fan? Scopriamolo insieme in questa recensione.

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    Trovando il Paradiso…oltre la Luna

    E’ possibile esaudire l’ultimo desiderio di una persona ormai prossima alla morte? Per la Sigmund Agency of Life Generation, sì. E’ questo il fulcro attorno a cui ruota tutta la storia di Finding Paradise e di To The Moon: realizzare l’impossibile, ciò che una persona ha sempre desiderato e cercato nel corso della propria vita. Una realizzazione, di per sé, solo apparente: il tempo non può essere riavvolto, non si può modificare ciò che è stato se non nella mente della persona che lo desidera, facendola sentire realizzata prima di lasciare questo mondo. Com’è possibile tutto ciò? Tramite un macchinario che permette ai dottori di intrufolarsi nella mente del paziente, per conoscere a fondo ciò che ha vissuto nel corso della sua vita, i momenti più felici e quelli più dolorosi, per scoprire la vita che ognuno di loro avrebbe voluto vivere ma che, per un motivo o per un altro, non è riuscito a realizzare.

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    Ancora una volta, la storia si focalizza sull’azione della Sigmund Corporation e sul modo con cui essa agisce per “soddisfare” i propri clienti. Questa volta, tuttavia, i dottori Eva Rosalene e Neil Watts si troveranno davanti a una situazione totalmente inedita: archiviato ufficialmente il caso Johnny Wiles, Eva e Neil si trovano di fronte a uno dei casi più complessi della loro carriera. Colin, infatti, è un vecchio pilota di linea, il quale ha avuto una vita in generale felice e ricca di soddisfazioni, ma viene comunque spinto dalla moglie a rivolgersi alla Sigmund per esaudire il suo ultimo desiderio. Ma quale può essere l’ultimo desiderio di colui che si può ritenere soddisfatto della propria vita?
    Per quanto Finding Paradise possa avvicinarsi alle tematiche già presenti in To The Moon, appare chiaro fin da subito come il lavoro di Neil ed Eva sarà decisamente più complesso rispetto a quello eseguito con Johnny. E proprio tale aspetto avrà pesantissime ripercussioni su tutto il titolo, a partire dallo sviluppo della trama fino alle situazioni che ci verranno presentate. Il merito di Finding Paradise e di Kan Gao sta proprio in questo aspetto: lo sviluppatore è infatti riuscito a proporre qualcosa di diverso, dando una boccata di aria fresca ad un’idea che, dopo To The Moon, poteva far cadere il titolo nel classico “more of the same”, ovvero di un gioco sì ottimo sotto tutti i punti di vista, ma che sostanzialmente non aggiunge nulla di nuovo rispetto a quanto già visto nel capitolo precedente.
    Il mistero dietro l’ultimo desiderio di Colin apre le porte a una serie di tematiche che in To The Moon non ci saremmo mai aspettati, come la solitudine e l’impatto che i rimpianti possono avere sulla vita delle persone. Per quanto la narrazione prenda spesso delle pieghe fortemente drammatiche, l’atmosfera viene spesso stemperata con una buona dose d’umorismo. La forza della narrazione in stile Kan Gao sta proprio nella capacità di saper coadiuvare il drammatico con il comico, senza però esagerare né da un lato né dall’altro, con il rischio di cadere in situazioni estremamente mielose o demenziali. Certo, come già ci aveva abituato in To The Moon, le avventure di Neil ed Eva saranno tappezzate di varie situazioni che riusciranno a strappare un sorriso al giocatore, grazie anche all’enorme dose di citazionismo presente in alcune scene, ma il tutto apparirà sempre ben bilanciato, rendendo l’intera avventura estremamente godibile e mai banale.

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    Di memoria in memoria

    Per tutti coloro che hanno giocato To The Moon, sarà apparso fin da subito chiaro come questo genere di titoli non punti particolarmente sulla componente “gameplay”, offrendo spesso scarsa varietà. Nonostante ciò, i titoli di Kan Gao son sempre apparsi più “interattivi” rispetto a molti altri titoli di questo genere usciti negli ultimi anni. Rispetto a To The Moon, Finding Paradise ha subito delle variazioni che, per quanto minime, ad un occhio più attento potrebbero sembrare decisamente interessanti, in particolare per quanto riguarda l’interazione con l’ambiente e con i personaggi.
    Il gameplay del titolo ruota completamente attorno al funzionamento del macchinario della Sigmund che permette di connettere i dottori e il paziente. Una volta entrati nella mente di Colin, esattamente come per Johnny, i vari pensieri verranno divisi in quattro segmenti, ognuno dei quali costituisce una parte della vita del nostro paziente, partendo dall’infanzia, passando per l’adolescenza e l’età adulta e giungendo, infine, alla vecchiaia e agli ultimi ricordi prima dell’imminente morte. Lo scopo sarà quello di ripercorrere la memoria di Colin in cerca dei memento, dei frammenti particolarmente importanti di ogni ricordo passato che fungono da collegamento per ricostruire da zero l’intera vita dell’uomo, in modo da comprendere appieno il suo ultimo desiderio prima di morire. Il memento, tuttavia, potrà essere utilizzato solo dopo aver raccolto una serie di link mnemonici, ovvero piccole sfere che costituiscono dei particolari di una certa situazione rimasti impressi nella mente di Colin. Dopo aver ispezionato per bene l’ambiente di gioco per raccogliere tutti i link mnemonici, potremo finalmente attivare il memento, il quale, una volta sbloccato tramite un piccolo puzzle, ci catapulterà direttamente nella memoria successiva. Per quanto tali puzzle non abbiano un vero e proprio fine dal punto di vista della trama, appaiono comunque, esattamente come in To The Moon, delle gradevoli aggiunte, in quanto permettono di variare adeguatamente il gameplay senza però intaccare in maniera pesante il ritmo del gioco, nonostante la difficoltà crescente e la differenza degli schemi tra i primi e gli ultimi enigmi (che rimane comunque bassa per tutto il titolo).

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    Starirway to Heaven

    Il lato tecnico è sicuramente l’aspetto più ambiguo del titolo: esattamente come per To The Moon e A Bird Story, Kan Gao ha deciso di sviluppare il suo nuovo gioco ancora con RPG Maker e sfruttando quindi la semplicità della pixel art, la quale non permette allo sviluppatore di poter sfruttare pienamente i segnali del corpo (ovviamente appena abbozzati) per rappresentare le sensazioni e le emozioni dei vari personaggi. Ed è proprio in questa ambiguità che giace la forza del titolo: nonostante la semplicità dello stile, gli sviluppatori sono riusciti ad offrire un’esperienza appagante, sempre colorata e piacevole da seguire. Tutto ciò anche grazie alla meravigliosa colonna sonora, ancora una volta composta da Kan Gao: inutile dire che, esattamente come per To The Moon, la forza della musica in Finding Paradise è essenziale per trasmettere nella loro pienezza i sentimenti e le emozioni di Colin, adattandoli ed esprimendoli al meglio in ogni situazione proposta.

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    PRO
    La storia di Colin è all’altezza di quella di Johnny
    Trama scritta ottimamente
    Migliorate le interazioni con l’ambiente e con i personaggi
    Colonna sonora semplicemente sublime
    CONTRO
    Storia in alcuni punti troppo intricata
    Manca (per ora) la lingua italiana

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    Matteo Lattanzio
    Matteo Lattanzio
    Nonostante abbia cominciato a giocare fin da piccolo, risveglia dopo molti anni la propria fame videoludica con l’acquisto di una PlayStation 3. Non disdegna nessun genere, prova e acquista di tutto, ma ama soprattutto i giochi di ruolo e d’azione, cercando di recuperare qualche perla del passato di tanto in tanto.