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In questo articolo mi occuperò del VIGAMUS il primo (si spera in altre realizzazioni del genere) ed unico Museo dei Videogiochi in Italia, con sede a Roma, e secondo in Europa (a questo link trovate il sito ufficiale per ulteriori informazioni). Oltre alla descrizione delle sensazioni scaturite in me dalla visita di un museo che celebra la mia più grande passione, troverò anche occasione di parlare del fenomeno del gaming in Italia, ovviamente vi riferirò quello che penso io, ma nessuno vi toglie la libertà di esprimere le vostre idee al riguardo, che esse siano a favore o contro le mie. Vi faccio una premessa però, non sono un gamer ”anziano” e quindi molte delle macchine da gioco che andrò a citare le ho solo sentite nominare e di conseguenza non potrò trasmettere le emozioni di chi, al contrario di me, ha passato la sua infanzia con le macchine da gioco che vede all’interno delle teche museali. Sappiate, quindi, che questo non è un punto di vista di un nostalgico, ma solo di un appassionato, interessato da quello che è stato il gaming del passato, ma molto lontano da esso (come quando vedete nelle teche un vaso etrusco o una statuetta bronzea greca). Vi auguro buona lettura.

L’arrivo

Roma, giorno del mio diciassettesimo compleanno, una giornata uggiosa e moderatamente fredda. Dopo diversi cambi di mezzi pubblici, ecco che mi ritrovo nel luogo dove, secondo le indicazioni in mio possesso, doveva trovarsi il museo, ma ero circondato solo da palazzi austeri e geometrici, lontani dalle forme barocche dei quartieri più ”artistici” di Roma. Avanzando a piccoli passi, noto un edificio che, in principio, ospitava il mercato, ma che ora era stato convertito nel già citato VIGAMUS. Passata l’entrata priva degli sfarzi che mi aspettavo, e scese tre rampe di scale ecco che arrivo in quella che è la biglietteria, acquisto i biglietti (in omaggio c’era anche una custodia per cellulare con impresse le Sette Stelle di Kenshiro, poichè era la giornata nella quale si sarebbe tenuta una conferenza sull’eroe nipponico, ne parlerò meglio dopo) e mi iscrivo all’AIOMI (Associazione Italiana Opere Multimediali Interattive), diventando di fatto un loro Socio Sostenitore e avente diritto a sconto in vista di eventuali altre visite al museo. Eseguite le manovre preliminari, eccomi pronto a parlare di questo museo videoludico.

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Ecco l’entrata, a dire il vero un po’ anonima, del Museo

 

Un Museo per nostalgici

Premetto che il Museo non è molto grande, sono poco più di 5 sale, compresa una sala conferenze e delle sale per mostre temporanee, con una mezz’ora buona si può vedere tutto quello che c’è da vedere riguardo all’esposizione permanente e non interattiva. Proprio di questa mi accingo a parlare. Nel VIGAMUS sono presenti numerosissimi ”pezzi d’antiquariato”, dal Commodore 64 al NES, per non parlare del Magnavox Odyssey una delle prime console mai realizzate, per un totale di più di 250 pezzi esposti tra console e giochi. Sono molte le chicche, quelle che ti fanno esclamare ”oh perbacco”, per intenderci, che ho potuto osservare nel complesso Museale. In primis il Demo Disk dei Fratelli Yerli, i creatori di Crysis, questo disco demo fu uno dei primi mostrati all’E3 di Los Angeles con all’interno anche il prototipo di Far Cry, allora chiamato X-Isles, per non parlare del BBC Micro di Dino Dini, sul quale è stato sviluppato il famosissimo Kick Off per Amiga. Ho potuto versare una lacrimuccia osservando il Game Boy Advance, di fatto la mia prima console e mi sono inchinato d’innanzi al genio di Rockstar, che aveva una vetrina celebrativa con i GTA, Red Dead Redemption (purtroppo mai arrivato su PC) e Max Payne. Per chi non masticasse i Videogames, ma fosse interessato all’argomento, nel museo sono presenti più di 60 pannelli esplicativi a prova di niubbo, che vi spiegheranno per filo e per segno quello che state osservando. Devo dire che ho provato un pizzico di delusione visionando quella che è la mostra permanente, sia per la mancanza di alcuni pezzi che potevano risvegliare nei nostalgici sensazioni positive, sia per la ridotta grandezza della prima, questo è ampiamente giustificato dal fatto che il museo è in via d’espansione, ma anche dalla relativa ”giovinezza” del videogioco. Nel complesso l’impressione è stata positiva, per la parte riferita a mostre temporanee e per il fattore ludico (entrambi verranno analizzati in seguito), ma soprattutto per la valorizzazione di cui può beneficiare l'”ottava arte” (così mi piace definire il videogioco), in Italia, dove purtroppo è tenuta molto poco in considerazione. Colgo la palla al balzo come un cestista, per parlare del videogioco in relazione con l’Italia, come promesso. Come un po’ tutti sanno, il Belpaese ed i videogiochi sono come Tom e Jerry, forse ultimamente uno spiraglio di apertura verso la ”nostra” arte multimediale c’è stata, ma in linea di massima tutti i giocatori non sono molto apprezzati. Penso vi sia capitato almeno una volta nella vita che qualcuno criticasse la vostra passione con frasi tipo: ”Non potrai stare sempre appresso a quei cosi, devi farti una vita” oppure ”Dedicati a cose serie invece che a quei giochetti elettronici”, eppure la nostra è una passione come le altre, o meglio più ricca e sensata (certo, dipende anche dai punti di vista). Per non parlare delle colpe attribuite ai videogiochi per fenomeni più o meno gravi e più o meno violenti, perchè causano ”violenza e ”distorsione della realtà”. Ormai lo abbiamo capito, in Italia e all’estero i videogiochi sono un capro espiatorio usato troppo frequentemente, perchè molto comodo, nell’opinione pubblica un videogioco è “un gioco dove si ammazza la gente in un mondo virtuale”, è evidente che questa definizione è molto restrittiva se non addirittura errata. La disinformazione, quindi, è il fattore scatenante di questa avversione ai videogiochi e musei come questo non possono che valorizzarli. Bisogna tenere conto che il videogioco è un’arte giovane e avrà bisogno del suo tempo per aprirsi a forza la strada verso le più alte vette e posizionarsi all’ottavo posto dietro la cinematografia. I miei più sinceri auguri al progetto del VIGAMUS, augurandomi che possa avvenire l’apertura di altri complessi museali sulla stessa tematica e che possano continuare ad informare la gente su quello che realmente è il videogiocatore e soprattutto il videogioco.

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L’esposizione permanente del VIGAMUS

 

Ludo Ergo Sum

Eccoci nella parte che forse può maggiormente interessarvi, la parte dedicata prettamente alla prova manuale dei videogiochi che furono con qualche excursus anche nel moderno. In un museo sui videogames non si può non giocare ed ecco quindi che ho cominciato l’assalto a tutti i coin-op che sembravano interessarmi di più. Il primo cabinato che è stato attaccato dalle mie fameliche mani è stato nientepopodimeno che un originale coin-op di Space Invaders (chi non conosce Space Invaders?) proveniente dal Giappone. Dopo essermi ambientato con i comandi (la reattività è molto inferiore rispetto alle moderne reincarnazioni per iOS o Android) sono riuscito a debellare un’ondata di quei maledetti mostriciattoli, salvo per poi morire per colpa di uno di quei bastardelli in ultima fila che man mano diventano più rapidi e letali. Il secondo gioco che ho avuto il piacere di assaporare è quello di Fix It Felix che faceva parte dei pezzi aggiunti per una mostra temporanea, chi ha visto il recente lungometraggio animato della Disney con protagonista Ralph Spaccatutto sa di cosa sto parlando, e, riparate molte delle finestre rotte dal bruto antagonista e assaporate delle torte che mi erano state offerte dagli abitanti di quel pixelloso palazzo, sono passato ad altro. Ho provato numerose incarnazioni del ”nuovo” gioco di Ken il Guerriero su Xbox360 e Playstation 3, una delle prime incarnazioni di Spyro su Playstation, ho tirato qualche cazzotto su Street Fighter e infine ho distrutto centinaia di bolle colorate in Bubble Bobble. In ultimo sono riuscito a raggiungere una postazione molto ambita e sempre piena di gente ad osservare: un PC con Burnout Paradise, provvisto di tre monitor in stereoscopia e con una posizione di guida con tanto di pedaliera, volante e cambio, non mancavano un Kit nVidia 3D Vision e delle cuffie per aumentare l’immersività. Tutto questo era, molto probabilmente, stato realizzato per pubblicizzare nVidia e 3D Vision, anche per il fatto dei numerosi volantini e cartelloni che circondavano la postazione. Mi sono divertito comunque a sfrecciare nelle strade di Paradise City, se non fosse per la pedaliera che, non essendo fissata a terra, schizzava in avanti ogni volta che davo gas o frenavo bruscamente. Tra grandi classici, scoperte e virtuosismi della modernità, non ho trovato di che lamentarmi, non mi resta che parlarvi della conferenza con protagonista Ken il Guerriero e come ospiti il doppiatore della sigla Claudio Maioli e numerosi altri appassionati che hanno dato il loro contributo nel diffondere e valorizzare il personaggio.

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Maledetti alieni, mi beccate sempre all’ultimo momento!

 

Ken il Guerriero

Il Giappone con i suoi Anime e i Manga, ha raccolto una schiera di appassionati, io non sono tra questi e ai Manga, preferisco i fumetti italiani (Tex, Zagor e Dylan Dog su tutti), ma non disdegno letture della Marvel, ma cosa succede quando Anime, Manga e Videogiochi si fondono? Il mondo di Kenshiro è un mondo che ha saputo coniugare i tre generi, con un buon successo, ed è riuscito ad ottenere una folta schiera di fan anche qui in occidente. Io Ken il Guerriero lo avevo solo sentito nominare, prima di quel giorno, quindi i fan del personaggio mi perdonino per la pochezza di cultura nell’ambito. Proprio nel giorno della mia visita era prevista una ”conferenza” sul personaggio nipponico che ho più volte citato, come ospite di eccezione ci sarebbe stato Claudio Maioli, il doppiatore della sigla dell’Anime. Tra cosplayer, uno vestito da Ken uno da Mario e disegnatori di fumetti, era presente Zerocalcare, un fumettista a me prima sconosciuto, iniziamo a parlare di Kenshiro. Seduti di fronte ad un proiettore, ci viene proposto un video di annuncio di un nuovo gioco con protagonista Ken ed una videointervista al creatore Tetsuo Hara, seguiti, come ci si poteva aspettare, da applausi ed ovazioni. Poi si sono alternati al microfono diversi appassionati che hanno contribuito ad espandere il mito delle Sette Stelle di Hokuto con opere personali, come cortometraggi realizzati autonomamente. Non ho seguito l’intera conferenza perchè l’ora tarda cominciava ad incombere, ma ho trovato interessante questo ”viaggio” nella cultura del Sol Levante, anche se mi sentivo estraneo al tutto e meno male che non ho fatto il questionario su Ken il Guerriero che permetteva di vincere un gioco sull’eroe per PS3 o Xbox 360, altrimenti sarei stato linciato dalle schiere di fan presenti. Pur apprezzando quello che il Giappone ha fatto per i videogiochi e con i videogiochi ed essendo consapevole dei numerosi geni che l’Isola sul Pacifico possiede (Hideo Kojima anyone?), resto un occidentalista convinto e ritengo che l’occidente sia divenuta la casa sia dei videogiochi che di altre opere multimediali.

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Ecco Claudio Maioli a sinistra, no, quello a destra non sono io

 

Tutto quello che inizia ha una fine

Purtroppo la mia visita al VIGAMUS è giunta al termine, se dovessi valutare il museo numericamente (cosa che voi lettori apprezzate particolarmente) darei un 7 su 10, buono, ma non eccellente, contando la ridotta dimensione del complesso e della mostra permanente, bilanciata però dalla buona parte interattiva e del comparto mostre ed eventi. Mi ritengo soddisfatto, quindi, e sicuramente tornerò a visitarlo in futuro e vi consiglio, se abitate nelle vicinanze, di farlo anche voi, non ve ne pentirete. Ora non mi resta che tornare a videogiocare, ritornando in quello che è il Fantastico Mondo del Videoludo.