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Un saluto a tutti e ben ritrovati al nostro speciale sul ventesimo anniversario di Need For Speed.
Se avete seguito i miei sproloqui fin qui vuol dire che siete davvero dei veri appassionati della serie e probabilmente, come diceva un personaggio nel film Fast and Furios, avete “protossido di azoto nelle vene e un serbatoio per cervello”. Chi ha pronunciato originariamente questa battuta l’ha intesa in modo sarcastico, tuttavia io ve ne rendo merito, poiché, come dice Jeremy Clarkson (tanto per continuare con le citazioni) “siamo una specie in via d’estinzione, voi ed io”. Oramai viviamo in tempi in cui la crisi, la sovrappopolazione, l’inquinamento e riforme fatte coi piedi hanno dato luogo a una situazione per cui prendere la nostra amata quattro ruote e farci semplicemente un giro è solo un sogno del passato. La maggior parte di noi appassionati è costretta a guidare noiose utilitarie tutte sicurezza e consumi ridotti lungo percorsi congestionati dal traffico, e l’unico modo rimastoci per dare almeno un palliativo alla nostra dipendenza da cavalli e coppia di torsione è quello di accendere le nostre console, o computer, e caricare un gioco che ci permetta di sfogare i nostri istinti. Per fortuna diverse serie videoludiche ci hanno aiutato in questo nell’arco degli anni, ma mai nessuna quanto quella di Need For Speed, di cui il primo capitolo risale al 1994, e che da quel momento ci ha accompagnato con cadenza spesso annuale e, a volte, anche semestrale.
Nell’ultima puntata abbiamo parlato proprio di come Electronic Arts sia riuscita a pubblicare con questa frequenza diversi capitoli della serie, assegnando a più sviluppatori contemporaneamente il compito di dare vita alla loro interpretazione del franchise e di come questa politica, nel 2010, abbia dato i suoi frutti con il successo di Criterion Games: Need For Speed: Hot Pursuit.

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Nuovo “cambio”

Il 2011 si preannuncia come un grande anno per la serie e, dal momento che entrambi i titoli previsti per quel periodo vengono sviluppati da studi che hanno portato la serie alla sua gloria attuale, è evidente che EA punti alla doppietta. Il primo ad arrivare sugli scaffali è il seguito di Shift, sempre ad opera dei geniali Slightly Mad Studios, i quali, avvedutamente, rimangono fedeli alla formula dell’originale e si focalizzano solamente sul migliorarla. Al gioco viene dato il ruggente titolo di Shift 2: Unleashed (il “Need For Speed” stavolta viene quasi del tutto omesso) e riesce pienamente nell’intento, aggiungendo ulteriore realismo grazie all’acquisizione della licenza ufficiale FIA GT, una nuova visuale dall’interno del casco del pilota (ancora più immersiva di quella dall’abitacolo, comunque presente) e la possibilità di correre in spettacolari gare notturne.
Il già ottimo comparto audio dell’omonimo predecessore viene mantenuto e si arricchisce di una “potente” (anche se corta) tracklist, ma è dal punto di vista grafico che la software house si è superata, donandoci una sensazione di velocità e di pericolo senza precedenti, con tanto di frammenti di gomma bruciata, foglie che volano a bordo pista e moscerini che si disintegrano sul nostro parabrezza.
Dal momento che come Shift anche questo seguito si svolge su piste reali (e non) e in campionati ufficiali, sono nuovamente assenti sia la polizia che un vero e proprio sistema di tuning, tuttavia non se ne sente troppo la mancanza dal momento che il parco auto è di gran lunga il più vasto della serie e comprende più di 100 auto che hanno fatto, o stanno facendo, la storia dell’automobilismo.
Il gameplay, inoltre, è stato reso se possibile ancora più “hardcore” e impostando la difficoltà al massimo e disattivando gli aiuti alla guida è spesso difficile, non tanto guadagnare la prima posizione, ma addirittura finire la gara (non credo che dimenticherò mai tutte le volte che ho fuso il motore della mia McLaren MP4-12C per tentare di guadagnare il podio in quell’endurance sul Nurburgring Nordschleife…) e come se non bastasse è nuovamente presente anche il sistema Autolog, nel remoto caso in cui dovessimo addormentarci sui nostri allori.
Senza ulteriori giri di parole vi dirò che, almeno a parer mio, Shift 2: Unleashed è stato uno dei migliori titoli di guida uscito per la scorsa generazione di console, se non il migliore in assoluto.

need for speed the run - 1

La Corsa

Il secondo gioco a uscire quell’anno è nato nientemeno che da Black Box Studios e da una gestazione che è andata avanti quasi ininterrottamente dai tempi del semi-flop di Undercover.
La loro idea di base è di rimanere fedeli ai capisaldi della serie ma cambiarne totalmente l’approccio rendendo tutta l’esperienza più simile a un film d’azione interattivo che a un canonico gioco di corse arcade. Il risultato di questa bella pensata è Need For Speed: The Run e ci vede nei panni di Jackson Rourke, uno street racer (strano, eh?) indebitato fino al collo con la mafia, e la sequenza di apertura ci vede fuggire da un melodrammatico tentativo di omicidio ai nostri danni da parte di quest’ultima. In questa scena abbiamo anche il primo assaggio di quello che Black Box intende come “parte action”, ossia il controllare il nostro protagonista anche al di fuori dei veicoli attraverso un poco originale sistema di quick time events.
Dal momento che dall’onorata società non si scappa, il nostro sollievo per aver portato a casa la pellaccia durerà ben poco; ci serve un’ancora di salvezza, che ci verrà prontamente lanciata da una nostra vecchia fiamma nella forma di un invito a partecipare a “La Corsa” (in inglese appunto The Run), una gara clandestina che, partendo da San Francisco, ci vede sfidare altri 210 piloti per tagliare il traguardo a New York in prima posizione e mettere le mani sul succoso “jackpot” da 25 milioni di dollari.
D’accordo, la trama è piuttosto scialba, ma come provano tutte le pellicole uscite con la medesima premessa (i due Cannonball Run, Smokey and the Bandit e lo stesso film di Need For Speed uscito lo scorso anno, per fare alcuni esempi), sul tema si può variare ma il succo resta lo stesso: quello che conta è il viaggio. È proprio qui che The Run fallisce, dove invece poteva e doveva dare il suo meglio. Nel gioco sono riprodotti circa 300 km di bellissime strade, che saranno anche pochi rispetto ai quasi 5000 che realmente separano le due città, ma sono comunque tre volte tanto la mappa di Hot Pursuit. Il problema è che la maggior parte di quei km sono composti da tappe in cui dobbiamo solamente guadagnare tempo (un classico time attack) oppure superare un certo numero di concorrenti, mentre i momenti di vera azione si contano quasi sulle dita di una mano. Questi eventi sono senza dubbio divertenti e spettacolari (e non parlo di Q.T.E. ma di sfuggire da una Las Vegas assediata dalla polizia o superare un formidabile avversario mentre una valanga ci corre incontro) ma sono davvero troppo pochi.
Come se non bastasse le vetture a cui possiamo accedere sono poche e poco o per nulla personalizzabili, inoltre è possibile passare da una all’altra solo in concomitanza di specifici “checkpoint”.
Neanche la loro guidabilità è un granché, dal momento che Black Box ha optato per un misto tra simulazione e arcade, che di fatto non è né carne né pesce, rendendo il comportamento delle auto spesso legnoso e difficile da interpretare.
Insomma, l’ultima fatica dello studio canadese è bella da vedere e da ascoltare, ma diverte poco e dura anche meno, riducendo l’intera opera a un fiasco quasi completo che viene fortunatamente ammortizzato dalle ottime vendite di Shift 2.

need for speed most wanted (2012) - 1

Criterion alla riscossa

Electronic Arts comunque non sembra prendere bene la batosta subita e pare abbandonare la sua strategia di “sviluppo multiplo”, programmando l’uscita di un solo Need For Speed per il 2012, tuttavia questo viene assegnato nuovamente a Criterion Games, nel tentativo di bissare il successo ottenuto tre anni prima con Hot Pursuit.
Il risultato delle fatiche del team di Burnout è un nuovo reboot, stavolta del “gioco dei record” della serie Need For Speed; sto parlando ovviamente di Most Wanted e questo nuovo titolo ne incarna perfettamente lo spirito, miscelandolo a regola d’arte con quello del più grande successo Criterion, ossia Burnout: Paradise, infatti da quest’ultimo viene ripresa l’ambientazione prevalentemente cittadina e lo stile di gioco arcade, tutto salti e “takedown”, mentre del primo eredita la progressione nella carriera, che ci vede infatti (stavolta senza trame di sorta) farci largo a sportellate nella “blacklist” di Fairhaven. Quello che ci ritroviamo per le mani, in buona sostanza, è un gioco che molti aspettavano: un nuovo Burnout Paradise con auto su licensa. Queste ultime sono presenti in buon numero (una quarantina, DLC esclusi) e in un’ottima varietà di tipologie che vanno dai SUV, alle auto da track day (come la Ariel Atom e la BAC Mono), passando per uno stuolo di sportive del presente e del passato, fino ad arrivare alle moderne hypercars, come la Koenigsegg Agera R e la Bugatti Veyron 16.4 SS. Purtroppo o per fortuna queste non dovranno essere acquistate in qualche concessionaria ma solamente trovate all’interno della città (eventualmente dopo averne battuto il relativo “most wanted”) rendendo l’esperienza da una parte un po’ impersonale ma dall’altra molto più immediata.
Le elaborazioni brillano nuovamente per la loro assenza e sono state stavolta sostituite da un piacevole sistema di perk, sbloccabili con il nostro stile di guida, e che possiamo applicare all’auto per avere qualche vantaggio negli inseguimenti, come le gomme autogonfianti (qualcuno ha visto troppe volte Demolition Man), oppure migliorarne maneggevolezza e velocità massima, magari a scapito di resistenza e accelerazione.
La polizia, inoltre, torna più in forma che mai e può correrci dietro in ogni momento mentre guidiamo liberamente per la città, oppure sorprenderci nella nuova tipologia di corsa, “imboscata”, che ci vede partire già circondati dai tenaci piedipiatti da cui dobbiamo scappare nel minor tempo possibile. Per dirla tutta le modalità di gara non sono molte e, a parte quella sopracitata, abbiamo le classiche gare sprint, circuito e checkpoint, nelle quali dobbiamo mantenere una velocità media prefissata, ma in ognuna di queste ci viene data una certa libertà per quanto riguarda il percorso da seguire.
Ne risulta un titolo più adatto ad essere giocato in multiplayer che in singolo, dal momento che è poco profondo e diventa presto ripetitivo, ma comunque divertente, veloce e immediato, tutte caratteristiche che, come si sa, fanno sempre registrare vendite da record.

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Presente e futuro

Siamo ormai in dirittura d’arrivo e per concludere il nostro speciale è doveroso dire due parole sull’ultimo capitolo della serie uscito nel 2013, ossia Need For Speed: Rivals. È stato infatti l’ultimo ad arrivare sugli scaffali prima del ventennale e rappresenta un po’ un “giro di boa” per il franchise sotto diversi aspetti, primo fra tutti si tratta esattamente del ventesimo capitolo della saga. In secondo luogo è il primo Need For Speed a uscire anche su console di ottava generazione e anche il primo ad essere sviluppato da Ghost Games (uno studio creato ad hoc da EA per sviluppare giochi che utilizzano il motore grafico Frostbite 3), che può vantare uno staff di prim’ordine i cui membri hanno partecipato alla realizzazione di diverse produzioni di successo, come Forza Horizon e Project Gotham Racing.

In sintesi il gioco, sviluppato in collaborazione con Criterion, si presenta come una versione aggiornata e potenziata di Hot Pursuit, nella sua incarnazione del 2010, ma per ulteriori dettagli vi rimando alla nostra accurata recensione.
Dall’uscita di Rivals sono ormai passati due anni durante i quali siamo stati inizialmente stuzzicati da intriganti trailer che hanno fatto presagire un possibile seguito o un reboot alla saga Underground, illusione che è stata purtroppo smentita poco tempo dopo.
Del nuovo titolo, da oggi nei negozi, sappiamo che è stato sviluppato sempre da Ghost Games e che si chiama semplicemente Need For Speed, come a volerne sottolineare il carattere di completo reboot della serie, e che riporta (o almeno dovrebbe riportare) tutte le caratteristiche più amate dai fan, ossia un’ambientazione prettamente clandestina, tuning estremo, inseguimenti mozzafiato, auto da urlo, ma soprattutto, velocità, velocità e ancora velocità.
A livello personale ho atteso con impazienza il ritorno al setting profondo e immersivo proprio del ramo “undeground” del franchise e, dal momento che il mio episodio preferito è proprio Underground 2, al primo teaser stavo quasi per piangere. Oggi, tuttavia, sono più ansioso che eccitato soprattutto per il fatto che questo Need For Speed deve essere giocato perennemente connessi a internet e, come ci dimostrano i diversi titoli già usciti con questa caratteristica (primo fra tutti The Crew), si tratta quasi sempre di una scelta che va a penalizzare l’esperienza in singolo mettendo una “pezza” sull’I.A. realizzate in maniera approssimativa e su una generale carenza di idee, nonché un’ottima scusa per inserire detestabili microtransazioni. In ogni caso ormai il titolo e stato rilasciato e per la sentenza finale vi invito a leggere la nostra recensione, di prossima pubblicazione. Nel frattempo vi ringrazio di averci seguiti in questo “excursus” della serie Need For Speed, un brand che in vent’anni di vita ha avuto alti e bassi, ma che ha sempre conservato un posto speciale nel cuore degli appassionati, e vi saluto con la speranza di continuare a seguirlo insieme… almeno per un altro ventennio.