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Salve drogati di adrenalina e bentornati al nostro speciale sul 20° anniversario di Need For Speed!
Nella scorsa puntata siamo arrivati a percorrere quasi 10 anni di storia del franchise, dalla sua origine fino all’acquisizione da parte di EA della Black Box Games, e alla successiva “rivoluzione” del brand conseguente all’uscita al cinema del primo episodio (dell’ormai eptalogia) di Fast & Furious.
La pellicola, con protagonisti Vin Diesel e il compianto Paul Walker, ha come sfondo la scena “underground” losangelina delle corse clandestine a bordo di elaboratissime auto d’importazione, diventando presto campione d’incassi al botteghino, così EA, subodorando l’affare, delega alla neoacquisita Black Box un vero e proprio reboot del marchio Need For Speed.

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Tuning & drifting

Nel 2003 il gioco è pronto e arriva sugli scaffali con l’evocativo titolo di Need For Speed: Underground lasciando i fedeli della serie spiazzati in quanto vengono a mancare sia gli inseguimenti con la polizia, sia (fatto ancora più scioccante) le supercars. Il nuovo capitolo è stato infatti completamente ripensato e si svolge interamente di notte nella fittizia città di Olympic City, i cui incroci e traverse hanno completamente sostituito le aperte campagne dei capitoli precedenti, e al posto di muggenti Lamborghini e scalpitanti Ferrari ci ritroviamo alla guida di recalcitranti city car (leggi: Dodge Neon), berline “impolmonite”, e alcune sportive giapponesi di razza come la Mitsubishi Eclipse GSX, la Mazda RX-7 e la leggendaria Nissan Skyline R34. Detto così può sembrare un bel passo indietro rispetto al passato, se non fosse che il titolo attinge a piene mani dal fenomeno del tuning che consiste, per dirla in maniera semplice, nel prendere l’utilitaria che zia Patrizia usa per fare la spesa e trasformarla in un vero animale da pista attraverso modifiche meccaniche ed estetiche. Così in questo capitolo tornano sia un sistema economico che un vero e proprio garage, viene messa a disposizione del giocatore un’officina all’interno della quale è possibile montare nuove componenti per aumentare le prestazioni del proprio bolide (nuove ECU, ammortizzatori, NOS, ecc.) e per personalizzarne l’estetica con pezzi aftermarket come body kits, spoilers, cerchioni e vinili, e, per la prima volta nella serie, vengono anche introdotte una trama vera e propria (presentata attraverso video prerenderizzati), le gare d’accelerazione e il drifting.
Se a tutto questo aggiungiamo un’ottima grafica e una colonna sonora d’eccezione (con artisti del calibro di Rancid e Rob Zombie) anche i fan più accaniti della serie devono riconoscere di essere di fronte a un grande titolo, il cui successo è talmente eclatante che EA rimette subito alla frusta Black Box per approntarne il seguito, che viene presentato l’anno seguente con l’esplicativo sottotitolo di Underground 2.

nfs need for speed underground 2-2Verso l’apice del successo

Quest’ultima fatica dello studio canadese si presenta come un “more of the same” di Underground e ne è un diretto proseguimento, come suggeriscono il titolo e la sequenza di apertura, nella quale il protagonista viene invitato a raggiungere la città di Bayview per dimostrare di saperci fare anche al di fuori di Olympic City. Underground 2 si differenzia dal suo predecessore soprattutto sotto questo aspetto in quanto questa nuova città, anche se perennemente immersa nel buio, è completamente aperta al free roaming e rappresenta un vero e proprio “hub” di gioco poiché, per poter accedere alla varie competizioni, ai concessionari e alle officine, dovremo raggiungere la loro posizione in guida libera. In generale il titolo riceve alcune critiche ma l’unica che mi sento di riportare in tutta coscienza è l’assenza reiterata della polizia, che in un gioco totalmente incentrato sulle corse clandestine è ingiustificabile, ma al di là di questo, il nuovo Underground migliora il precedente sotto ogni aspetto, dall’eccezionale resa grafica alla memorabile colonna sonora, passando per il sound delle vetture che si modifica in conseguenza delle elaborazioni effettuate, ed è proprio sotto l’aspetto di queste ultime che il lavoro Black Box brilla particolarmente. Al nuovo editor dell’officina, infatti, è stata data una profondità e una facilità d’utilizzo a tutt’oggi senza pari in quanto permette di modificare le auto in ogni minimo dettaglio, dai vinili al colore di ogni singolo pezzo di carrozzeria, dai paraurti agli specchietti, dalla tinta di lampadine e neon alla forma dei proiettori, fino all’istallazione di portiere LSD (Lambo Style Doors: portiere ad apertura verticale), sospensioni idrauliche e impianti audio “spaccavetri” nel bagagliaio e, a seconda della qualità del nostro lavoro, potremo ricevere inviti da parte di importanti riviste di settore (come Import Tuner ed Elaborare) per fotografare il nostro tamarrissimo bolide e poterlo mettere sulle loro copertine, ricevendo un bonus sotto forma di moneta sonante, sponsorizzazioni e ricambi speciali.
Per quanto riguarda la scelta delle vetture l’assortimento si arricchisce di un maggior numero di modelli europei e alcuni produttori americani, come Ford, Hummer e Pontiac (ma di nuovo niente supercars) e, dal momento che è possibile trasformare completamente ognuna di esse e che le tipologie di corsa spaziano dalle gare su circuito a quelle su strada aperta, a gare d’accelerazione e di derapata sia in pista che in downhill su strada aperta, la varietà di certo non manca.
Bisogna dirlo, la carne al fuoco è decisamente tanta in questo capitolo che, nonostante sia decisamente arcade, diventa presto un enorme successo di vendite (circa 11 milioni di copie), tanto da farlo entrare a pieno titolo tra i “greatest hits” di ogni console.

need for speed most wanted 2005-1Cross

Ben conscia del successo ottenuto EA decide di battere il ferro finché è caldo e assegna a Black Box il difficile compito di approntare in tempi brevi un seguito che sia all’altezza del suo predecessore.
Il piccolo studio canadese si rimbocca le maniche e, ben consapevole delle critiche e delle limitazioni di Underground 2, nel 2005 presenta quello che è senza dubbio il capitolo di maggior successo della serie: Most Wanted.
Il titolo funge da giunzione tra il passato e il presente della serie in quanto alla nuova impronta free roaming e alla personalizzazione delle vetture si affiancano gli elementi tanto cari ai fan: gare con diverse condizioni di luce, auto esotiche e fughe al limite del contagiri dalle forze dell’ordine.
Tutti questi elementi si amalgamano in una trama, forse un po’ scontata ma splendidamente raccontata, che ci vede nuovamente nei panni di uno street racer appena arrivato in città e deciso a farsi un nome a bordo della sua fiammante BMW M3 GTR che, purtroppo, non è destinata a rimanere tale a lungo in quanto ci viene dapprima rigata, (con debita profusione di bestemmie) da un sergente di polizia privo di scrupoli di nome Cross e, poco più tardi, manomessa e sottratta da Razor, il re locale delle corse clandestine. Da quel momento le nostre uniche ragioni di vita diventano la vendetta e il riscatto, ma per arrivare a Razor e rimettere le mani sulle chiavi dell’M3 dobbiamo partire dalla gavetta e affrontare i 15 migliori piloti di Rockport (questo il nome della nuova città), tuttavia prima di poterli sfidare dobbiamo farci una certa reputazione, sia in termini di gare vinte che di “taglia” raggiunta presso il dipartimento di polizia.
È proprio nel farci odiare dagli sbirri di turno che il gioco dà il suo meglio con una struttura a “livelli di ricercatezza” simile alle stelle di sospetto di GTA per cui, a seconda di quanti danni facciamo a bordo di un’auto, il suo livello cresce e con esso anche lo sforzo della polizia mandata a inseguirci che, da una coppia di Crown Victoria, finisce col mandarci contro strisce chiodate, elicotteri e pericolosissimi SUV lanciati come palle di cannone verso il nostro parabrezza. Per fortuna (o sfortuna), per evitare simili catastrofiche conclusioni di un lungo e spassoso inseguimento, sono stati implementati lo Speedbreaker (una sorta di “bullet time” che con la pressione di un tasto fa sì che il tempo rallenti e che l’auto diventi sia più pesante che maneggevole) e i Pursuit Breakers (elementi di scenario distruttibili per rallentare o fermare gli inseguitori) con l’uso sapiente dei quali è possibile protrarre le nostre fughe per tutto il tempo desiderato. Purtroppo il rovescio della medaglia di tutto questo spettacolo è che il sistema di elaborazioni di Underground 2 è stato ridotto al minimo indispensabile e ci permette poco o niente a parte opzioni di base come il colore della carrozzeria, i cerchioni e qualche kit estetico, quel tanto che basta per rendere l’auto meno riconoscibile dagli sbirri di Rockport. Una buona fetta di utenza (sottoscritto compreso) non ha capito né gradito molto quest’ultima decurtazione ma è pur sempre di EA che stiamo parlando e, come si sa, EA è sempre a lavoro.

need for speed carbon-1Cross 2: La Vendetta

Il risultato di questo lavoro non tarda a farsi vedere e l’anno seguente EA Canada porta sugli scaffali (anche per console di 7a generazione) Need For Speed: Carbon che si presenta come un vero e proprio seguito di Most Wanted.
Il gioco ha infatti inizio sulla strada che da Rockport porta a Palmont a bordo della faticosamente recuperata M3 GTR, in cui abbiamo un flashback della nostra rocambolesca fuga dalla prima città. Da questo sogno ad occhi aperti veniamo svegliati abbastanza brutalmente dalla nostra nemesi di un tempo: l’ex sergente Cross, il quale, silurato a causa nostra dal RPD, è ora un cacciatore di taglie deciso a prendersi l’agognata vendetta su di noi. Inizia quindi una corsa a rotta di collo che ha come scopo quello di introdurci alle meccaniche di gioco e sopratutto a un nuovo tipo di gara, gli eventi canyon, che ci vedono inseguiti (o inseguitori) lungo insidiose strade montane, in cui dobbiamo difenderci a suon di derapate di precisione e sorpassi al limite del tentato suicidio. Sì, esatto, il gioco esce qualche mese dopo l’arrivo nei cinema di Fast & Furious: Tokyo Drift.
Purtroppo l’inseguimento termina con la triste dipartita dell’amata (e sfortunata) M3, ma nel momento in cui Cross sta per metterci le manette interviene Darius (un po’ il Razor di Palmont City) che con una generosa mazzetta convince l’ex sbirro a lasciarci andare. Il perché del caritatevole gesto? È presto detto: Darius ha sentito parlare di noi e sa che al volante ce la caviamo piuttosto bene, così, per permetterci di sdebitarci ci chiede di sconfiggere in suo nome tre leader di altrettanti territori con cui, al momento, è costretto a dividere la città di Palmont.
Da questo preambolo si può già capire che la struttura di gioco è simile a quella di Most Wanted e dovremo infatti vincere più competizioni in un dato territorio prima di poterne sfidare il leader nel canyon e conquistare la sua zona. La differenza sostanziale rispetto al capitolo precedente sta nel fatto che gli inseguimenti non sono più fondamentali per progredire nel gioco ma nella loro forma rimangono invariati, Pursuit Breakers e Speedbreaker compresi. Detto così può sembrare che Carbon non abbia niente di nuovo da offrire ma in realtà introduce alcune componenti GDR, prima fra tutte la presenza dei gregari. Questi sono sbloccabili progredendo nella trama e hanno la funzione di prestarci la loro scia (apripista), scovare scorciatoie (scout) o mettere in difficoltà chi ci insegue (stopper), a seconda del loro ruolo.
In secondo luogo le auto sono ora divise in tre categorie, ossia muscle, elaborate ed esotiche, ognuna con i suoi punti deboli e punti di forza. La prima categoria rappresenta la gioia degli appassionati di “cavalli americani” e comprende diverse vetture fine anni ’60, come la Dodge Charger R/T e la Shelby GT500, tutte stupende e con un’accelerazione mostruosa ma che in curva risultano rigide e impacciate come un camion dei pompieri. Il gruppo “elaborate” è ovviamente a maggioranza giapponese e contiene molti dei modelli già apprezzati nei due Underground e il cui asso nella manica è l’estrema maneggevolezza, tuttavia non sono in grado di raggiungere velocità massime molto elevate. Infine le esotiche accontentano i fan di vecchia data del franchise in quanto sono quasi tutte supercars europee di marchi blasonati, come Porsche, Lamborghini, Jaguar e Lotus, e rappresentano ovviamente l’apice delle performance raggiungibili in gioco, tuttavia sono auto difficili da domare, costose e molto fragili e richiedono quindi molta pratica.
Dulcis in fundo il triste editor di elaborazione di Most Wanted è stato cestinato in favore del nuovo sistema Autosculpt che permette non solo di sostituire singole parti di carrozzeria ma anche di cambiarne la forma, come larghezza e altezza, anche se, purtroppo non tutte le componenti sono sostituibili quindi, in un certo senso, siamo ancora lontani dai fasti di Underground 2.

Carbon, nonostante non sia rivoluzionario e abbia alcuni difetti (soprattutto legati all’IA), è senza dubbio un successo commerciale, anche se non ai livelli di Most Wanted, e riesce a scavalcare già al suo debutto le vendite di Pro Evolution Soccer nel Regno Unito.
A quanto pare Need For Speed ha finalmente trovato la sua identità di gioco arcade ambientato nella sottocultura delle corse clandestine cittadine con auto elaborate. O forse no? Ne parleremo nella prossima puntata del nostro speciale.