È incredibile che in tutta internet non si riesca a trovare un articolo che approfondisca i differenti modelli di business presenti ad oggi sul mercato, per rimediare alla mancanza abbiamo deciso di analizzare insieme a voi i diversi business model: Free to Play, Buy to Play e Pay to Play. Comunemente questi ultimi vengono erroneamente associati agli MMO, ma non sarebbe corretto affermare che appartengono esclusivamente a questo genere, in quanto negli ultimi anni vengono abbinati sempre più spesso anche ad altri generi e tipi di videogiochi, online e non.
Divideremo questo speciale in tre puntate, ognuna delle quali verrà dedicata ad uno di questi modelli; in questa prima parte vedremo più da vicino quello che è divenuto il modello più diffuso in circolazione, il Buy to Play.

Evolve Rencesione-3

Cos’è e cosa porta

Il modello commerciale Buy to Play, come dice il nome stesso “comprare per giocare”, indica che è necessario acquistare il videogioco per poter accedere ai contenuti per intero. Tecnicamente anche i giochi che trovate al negozio o su Steam appartengono al gruppo dei Buy to Play, dato che per poterli giocare è richiesta l’attivazione del prodotto mediante la chiave.
Il Buy to Play può essere puro oppure ibrido, tutto dipende da come vengono gestiti i contenuti aggiuntivi, i famosi DLC che ormai sono onnipresenti. In quello “puro” viene rispetta alla lettera la descrizione che vi abbiamo fatto poco fa, mentre il secondo presenta qualche variazione a seconda dei casi, vediamoli più nello specifico.
Nei titoli che presentano un sistema “ibrido” sono presenti dei contenuti a pagamento, come i pacchetti espansione – i cari vecchi DLC o le Espansioni – o degli oggetti e dei servizi venduti tramite uno negozio interno o esterno al gioco. A volte i pacchetti di espansione non inficiano l’uso del gioco base, come nel caso di Evolve, ma in altri, invece, si sente fortemente la necessità di acquistarli, come accade ad esempio in Diablo 3. L’eventuale punto vendita presenta esclusivamente i contenuti cosiddetti opzionali, che non influiscono in alcun modo sull’esperienza di gioco degli utenti, ma che forniscono dei simpatici gadget o funzionalità più o meno utili in base alle necessità di ognuno, come ad esempio il cambio di nome del proprio alter ego, il cambio di server, l’aspetto o l’armatura per i personaggi e così via.

Il business model Buy to Play viene scelto dalle società per i più disparati motivi, primo tra tutti la possibilità di ricevere fin da subito un profitto dalla vendita del prodotto.
Decisamente ottimo per tutti quei titoli che una volta rilasciati non ricevono di continuo nuovi aggiornamenti, se non per qualche eventuale patch correttiva.
Però, quando lo stesso sistema lo si applica ad alcuni generi di videogiochi ben precisi, come gli MMO e i MOBA (World of Warcraft e League of Legends, per intenderci), possono nascere alcuni problemi. Siccome in questo genere di videogames vengono periodicamente aggiunti nuovi contenuti e/o si modificano quelli già presenti, e inoltre vengono rilasciate delle espansioni infarcite di innumerevoli novità, il ricavo iniziale non riesce a sostentarne lo sviluppo nel lungo termine. Ed è proprio qui che entra in azione il modello ibrido che vi appiano accennato poc’anzi, che permette all’azienda di ottenere in continuazione nuovi proventi che gli permettono di finanziarne lo sviluppo e far progredire la società.

Difatti la ArenaNet, il team di sviluppo di Guild Wars 2, ha subito un duro colpo dopo il lancio del suo MMO, nonostante le numerose vendite del titolo, dopo un’anno dal lancio del gioco la software house ha avuto una crisi economica interna, durante la quale è stata obbligata a licenziare una buona fetta degli sviluppatori. Per questo motivo, ed anche per la discutibile gestione degli aggiornamenti e dei contenuti nello store, quest’anno è prevista l’uscita di una espansione a pagamento, in modo da rimettere in sesto la società e rilanciare il gioco.

Guild Wars 2

Considerazioni finali

Il modello Buy to Play è la via di mezzo tra il Free to Play e il Pay to Play che può garantire alla società dei ricavi fin da subito, anche nel caso in cui si tratti di un titolo controverso che non riesce a vendere quanto sperato, in modo da rientrare nell’investimento. Tutti gli altri modelli richiedono tempo e un continuo sviluppo, mentre questo si adatta benissimo soprattutto ai titoli fatti e finiti. Non esiste un modello ideale per tutti i giochi, ognuno ha le sue peculiarità che si adattano più o meno alle scelte di marketing fatte da chi lo ha progettato.
Nelle prossime puntate vedremo più da vicino le altre due tipologie, il Free to Play e il Pay to Play.