L’estate è tornata cari lettori e lettrici di Gamesquare.it, portando con sé la classica afa e la voglia di mare. Ma per i “topi di ludoteca” come me (e magari come voi), l’estate è solo una scusa in più per dedicarsi maggiormente alla passione per i videogiochi dopo aver passato un anno sui libri o a lavorare. Tuttavia, negli ultimi tempi sono comunque riuscito a trovare il tempo per leggere alcuni libri davvero interessanti. Tra questi c’era “Cinema e Videogiochi”, una breve lettura dove un tema che fin troppo spesso ho visto trattato in maniera sommaria è stato approfondito in maniera eccelsa e al cui interno è possibile trovare molti altri spunti davvero interessanti.
Ho quindi deciso di non lasciarmi sfuggire l’opportunità di intervistare Riccardo Fassone, autore del libro in questione.

Ciao Riccardo, innanzi tutto ti ringrazio per averci concesso la possibilità di realizzare questa intervista. Perché non rompi il ghiaccio parlandoci un po’ della tua esperienza e della tua occupazione?

“Io ho un backgroud di studi in storia del cinema e storia dei media e poi un dottorato in scienze della comunicazione preso a Torino dopo un periodo di studio al Geargia Tec, dove mi sono occupato di videogiochi di teoria dei videogiochi, ecc. Per un po’ ho lavorato nell’industria del videogioco facendo sostanzialmente il traduttore. Adesso sono assegnista di ricerca all’Università di Torino e mi occupo di storia dell’industria del videogioco in Italia. Ho scritto due libri, uno è “Cinema e Videogiochi”, l’altro è “Every game is an island”. Lavoro anche con un collettivo di Game Designer che si chiama Dot 20, in particolare il mio socio è Mauro Salvador. Facciamo per lo più giochi analogici, ma stiamo lavorando anche nella sfera del digitale. Inoltre, da cinque anni, insieme a un gruppo di studiosi italiani di videogiochi lavoro a una rivista scientifica che si chiama GAME (Game as Art Media Entertainment), la rivista scientifica di game studies italiana e che esce con un numero all’anno monografico su questioni che vanno da rapporti tra videogiochi e cinema, a studio della tridimensionalità, a sottoculture del videoludico, etc”.

Dark Souls Ashes of Ariandel 02

Wow, un profilo professionale certamente di tutto rispetto! Ma dicci, qual è lo stimolo che si cela dietro la realizzazione di “Cinema e Videgiochi”? Qual è l’idea alla base di questo tuo lavoro?

“Lo stimolo è molto triviale, nella mia carriera accademica ero arrivato a un punto in cui volevo scrivere una monografia, avevo pubblicato articoli, saggi, etc, ma volevo scrivere un libro vero. Ho avuto la fortuna di parlare con alcuni colleghi che avevano lavorato con Carocci (l’editore di “Cinema e Videgiochi”) e che mi hanno suggerito di mandargli una proposta. La proposta era, appunto, per questa collana chiamata “Le Bussole”, dei libri abbastanza brevi, agili, che servivano per fare da introduzione a un tema (e ce ne sono sui più disparati) e l’editore ha accettato, sulla base di un titolo che era “Cinema e Videgiochi” e di una presentazione abbastanza vaga di quello che avrei fatto. A quel punto mi sono chiesto che cosa volessi mettere dentro un libro che si chiamava “Cinema e Videogiochi”, la mia idea era partire dal dato di fatto che l’incontro tra cinema e videogiochi è un incontro che dà esito a oggetti mediali non sempre apprezzati dalla critica. Allo stesso tempo, però, è un incontro che ha ramificazioni che vanno ben oltre quelle dell’adattamento, ma che risiedono nei modi di rappresentazione, nell’incrocio di diversi settori industriali, nel discorso critico. Quindi l’idea era di parlare di Cinema e Videogiochi non soltanto nella direzione dell’adattamento, ma anche nella direzione delle convergenze degli incontri, degli scontri, degli esiti felici e infelici di queste convergenze, insomma, di allargare un po’ lo sguardo a un panorama più complessivo rispetto a questi due media”.

Alien: Isolation Recensione 4

Nel corso degli anni, sia il cinema che il videogioco sono andati a costituire degli archivi di immaginari non indifferenti, anzi proprio il contrario. Eppure mi sembra palese che, nonostante i grandi passi in avanti fatti dal secondo medium, tra questi due “archivi” vi sia una differente percezione, che vede il cinema posto decisamente più in “alto” del videogame sul piano artistico, degli immaginari, etc. Secondo te da cosa dipende?

“Intanto diciamo che l’enciclopedia di personaggi, immagini e situazioni cinematografiche ha 120 anni, mentre quella dei videogiochi ne ha circa 60 approssimando per eccesso, per cui c’è una differenza se non altro cronologica. Il videogioco storicamente guarda il cinema come una specie di cugino più “ricco” dal punto di vista del prestigio intellettuale, come questi ha fatto con il teatro e la letteratura prima. Vi è, in qualche modo, l’idea che i miti, i modelli, le immagini, le icone del cinema siano culturalmente più prestigiose di quelle del videogioco.
Non so se nel futuro si vada verso una omogenizzazione o una convergenza di questi due serbatoi di immaginari, quello che mi sembra è però che il videogioco tendenzialmente (e lo dico da videogiocatore appassionato) non faccia molto:

  1. Per affrancarsi da immaginari di tipo cinematografico, in qualche modo insiste nel cercare di emulare il “cugino ricco”.
  2. Nel cercare di creare immaginari che siano “provocatori”, “interessanti”, magari anticonvenzionali, rispetto alle forme di rappresentazione corrente. Il videogioco da almeno 30 anni propone, nella stragrande maggioranza dei casi, una identificazione per il giocatore con un protagonista che è maschio, bianco, che spacca tutto e ammazza gli alieni. Ciò ovviamente produce un’enciclopedia di personaggi e situazioni impoverite. Non vuol dire che c’é solo questo, ma vuol dire che se uno fa una statistica dei Tripla A che escono, questo genere di modello è ancora dominante. Non so neanche se l’industria (quella “grossa”) del videogioco abbia particolare interesse a sdoganarsi, a essere percepita come culturalmente valida, interessante. Mi sembra che siano i videogiocatori più “attenti” quelli a porsi questi problemi. Tuttavia, anche per il Cinema è stato un processo non particolarmente conscio, non escludo che pure il videogioco mainstream possa fare questo passo”.

Gears of War 4 External

Ma non dobbiamo dimenticare che con il tempo si sono andate a formare nicchie (anche non indifferenti) legate a vere e proprie figure autoriali come Ueda o Miyazaki.

“Faccio una precisazione. Hai ragione, è vero che ci sono delle figure propriamente autoriali nell’industria del videogioco, che hanno uno sguardo assolutamente personale e difficilmente fraintendibile. Ma è anche vero che in parte si tratta di nicchie, che stanno a cuore a un segmento di giocatori, ma che poi alla fine sono una parte dell’industria videoludica. Tuttavia, non è un vero problema se l’industria non si concentra propriamente su prodotti autoriali, io per tutta la vita mi sono occupato di videogiochi per lo più brutti. Insomma, ho scritto un libro sul cinema e i videogiochi, quindi ho giocato e visto delle vere schifezze…”

The Last Guardian Famitsu2

Un concetto che ho trovato particolarmente interessante è stato quello della narrativizzazione ambientale, credo sia uno di quegli elementi che massimizzano le potenzialità di una OMI (Opera Multimediale Interattiva), le andrebbe di parlarne?

“Secondo me, se c’è una potenzialità propria del videogioco (o di un certo tipo di videogioco) è proprio l’idea di raccontare storie con diversi gradi di intensità a seconda della volontà del giocatore di esplorare. Ad esempio in Alien: Isolation posso decidere di fermarmi a esplorare, a leggere, ad ascoltare ognuna delle tracce che il designer ha lasciato per me, in modo da ricostruire la mia storia relativa a questa nave spaziale, oppure posso decidere di farlo solo in parte o di non farlo per niente, a seconda del mio stile di gioco e del mio interesse nella narrazione. Questa forma di narrazione, evidentemente legata all’esplorazione di uno spazio fisico, è una caratteristica specifica del videogioco, solo un videogioco mi permette di interagire con uno spazio virtuale narrativizzato. Io ho l’impressione che in Alien: Isolation questa cosa sia molto ben sfruttata, nel senso che è sfruttata a partire da un franchise che anche al Cinema faceva questo. In Alien (ma anche in Aliens) l’ambiente in cui si svolgono le scene è ricco di dettagli e indizi, è un ambiente già narrativizzato, per cui in Alien: Isolation c’è la continuazione di questa tradizione. In altri casi è un po’ meno forte l’utilizzo dello spazio come elemento narrativo, ma in generale una delle direzioni possibili per raccontare una storia sensata in un videogioco”.

Alien Isolation Recensione 6

Direi che ora potremmo alleggerire un po’ le tematiche, esiste un videogioco (o più di uno) o magari qualche figura autoriale a cui sei particolarmente legato?

“Devo dire che nella mia vita di videogiocatore c’è una grossa cesura, ho giocato moltissimo fino ai vent’anni circa, poi ho avuto un periodo molto lungo in cui mi sono occupato quasi unicamente di cinema, mi interessava solo il cinema. A un certo punto, un po’ perché traducevo i videogiochi, un po’ perché mi interessava questa cosa dei Game Studies, intorno ai ventisette anni ho ripreso a giocare, diciamo che ho ripreso a giocare “seriamente” nella fine del ciclo vitale della PlayStation 2 grosso modo, c’è un buco lì in mezzo. Per cui ho degli idoli della prima parte della mia carriera da videogiocatore e degli idoli della seconda. Nella prima parte devo dire che sono stato un giocatore molto assiduo di FPS, per cui titoli come Doom, Quake, Quake 2 (e in generale i giochi di quel tipo) mi sembravano la cosa più interessante che ci fosse per il mio gusto e per le mie tendenze, per cui quella è stata la cosa formativa per me.
Ci sono una serie di autori che mi piacciono molto, ad esempio Lucas Pope che ha realizzato giochi interessanti come “Papers, Please”, che secondo me è un capolavoro , mentre “Return of the Obra Dinn” sembra molto interessante. Mi piacciono autori che fanno cose più piccole, come Terry Cavanagh o Jason Rohrer. Dal punto di vista dei singoli giochi, ho giocato migliaia di ore a The Binding of Isaac, non se questo voglia dire che è il mio gioco preferito ma sicuramente lo trovo interessante. Per quanto riguarda i “grandi” tripla A, mi interessano molto i Souls e anche quelli della serie di The Witcher, questi ultimi mi sembra abbiano un’idea di narrazione abbastanza interessante e tutto sommato sono ambientati in un universo che ha delle caratteristiche che non sono troppo trite. Questa, più o meno, è la mia dieta.
Mi rendo conto che spesso non scrivo di giochi che mi piacciono particolarmente, ma che mi interessano per altri motivi, come per delle scelte di design interessanti”.

The Binding of Isaac

Devo dire che hai davvero degli ottimi gusti! Prima di salutarci, posso chiederti se stai lavorando a qualche nuovo progetto? Magari un “Cinema e Videogiochi 2: La Vendetta”?

“Sto lavorando a progetto di ricerca di cui ho già parlato che (fortunatamente) è stato rifinanziato dal Ministero dell’università e della ricerca, quindi la cosa più probabile è che il mio progetto futuro sia un libro ad esso dedicato, attualmente sto facendo interviste a: developer, producer, editori, giocatori, critici, etc. Un altro progetto a cui sto lavorando e di un paio di sessioni di gioco abbastanza buffe, che faccio con un collega americano che lavora in Scozia (William Huber), si chiama “Ludo histories” ed è l’idea di ricostruire i discorsi circolanti in certi momenti storici riguardo al gioco. Siamo partiti dall’Italia del 1500, perché abbiamo trovato una serie di libri che parlano di giochi dell’epoca, del loro significato, delle circostanze in cui si facevano, etc. Una delle cose che facciamo è estrarre i giochi da questi libri e farli giocare a giocatori contemporanei. Dal punto di vista del game design stiamo lavorando a un po’ di cose su commissione (come facciamo sempre), ma stiamo anche lavorando (io e Mauro Salvador) a un nostro videogioco che attualmente è ancora in fase embrionale, si tratterà di un gioco narrativo su un personaggio abbastanza curioso, che speriamo sia pronto nel giro di un anno o un anno e mezzo”.

Ringrazio Riccardo Fassone per aver collaborato nella realizzazione di questa intervista e per aver condiviso con noi tutti parte delle sue esperienze. Dal canto mio, non posso che consigliarvi la lettura di “Cinema e Videogiochi”, un libro su cui ho appositamente deciso di focalizzarmi meno per lasciare maggior spazio all’autore e per permettervi di gustarlo con più “sorprese” possibili. Inoltre, a coloro che (come me) sono interessati ai game studies consiglio di visitare il sito GAME – The Italian Journal of Game Studies, dove potete leggere (in maniera completamente gratuita) diversi articoli che sono sicuro non vi deluderanno.
Detto ciò, a me non resta altro che salutarvi e invitarvi a restare connessi con Gamesquare.it per news, speciali, rubriche e recensioni relative al mondo del gaming. A presto gente da favola!