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Il seguente articolo rappresenta le idee personali di ogni autore ed è stato realizzato per fornire un quadro il più possibile a trecentosessanta gradi sulla questione. Buona lettura.

Ci sono delle divisioni nel mondo dei videogiochi che esistono da sempre, le console war che dagli albori infiammano le fila di uno o di un altro “schieramento“, le truppe di sostenitori di un genere che ribadiscono la loro presunta superiorità attaccando chiunque non sia d’accordo con loro, miliziani che spalleggiano il pro gaming che si lanciano a testa bassa contro i giocatori casual. Le lotte intestine che dividono le opinioni nel mondo (virtuale) in cui viviamo sono tante e di giorno in giorno aumentano sempre di più, come tanti soldati fermi nelle trincee sosteniamo una causa impugnando un moschetto e sparando contro le fila nemiche, inconsapevoli di star vivendo una guerra di logoramento che non avrà mai un vincitore. A ravvivare le braci ardenti ci pensiamo noi di Gamesquare con una rubrica che di certo non spinge ad una incondizionata accettazione delle idee di qualcuno con un pensiero diametralmente opposto al nostro, anzi (non l’avremmo chiamata “Il Ring” sennò). Ad affrontarsi in un incontro colmo di sganassoni saranno Libertador e Kley, su un tema molto trattato e che ancora divide i pensieri di molti appassionati: ma è meglio il singleplayer o il multiplayer? E badate qui non si accetta un “sono entrambi validi”, che il combattimento inizi!

Libertador – Non mi piace la piega che, da qualche anno a questa parte, sta prendendo il mondo dei videogiochi. Anche titoli dove il multiplayer non è neanche concepibile, oltre che mero accessorio, si ritrovano con un comparto online per attirare i giocatori che non vedono l’ora di rompere la barriera dell’immersività che un videogame tanto gelosamente custodisce, per scannarsi in compagnia di qualche amichetto. Ma che gusto c’è a giocare un titolo votato anima e corpo all’azione in solitaria prendendo parte ad asettici deathmach con giocatori annoiati? Non mi dà tanto fastidio l’inserimento in sé della suddetta modalità online, quanto alla sua introduzione per venire incontro ai discutibili gusti dei giocatori, che se non sparano in compagnia non sono contenti. Eh sì, perché il multiplayer “fa figo“.

Kley – La moda del multiplayer ha effettivamente contagiato tutti, rendendo questa modalità un mero pretesto per poter dire “abbiamo il multiplayer“, purtroppo è ben lungi da quello che era e che dovrebbe essere: un insieme di componenti social ben strutturate affiancate da meccaniche di gioco basate sulla collaborazione tra giocatori reali, mediante clan, squadre o quel che sia, e un bel gameplay adatto alla natura di questo genere di titoli. Il concetto alla base di questa modalità è semplice, tant’è che tutto è nato dalle Lan Party con gli amici, per poi arrivare a quello che è oggi grazie all’avvento e alle potenzialità di internet. La componente online permette di esprimere al suo massimo un videogioco: lo si può comprendere solamente dopo aver giocato assiduamente ad un MMO o un altro genere che sia cooperativo/competitivo realizzato con tutti i crismi del caso. I titoli esclusivamente multigiocatore hanno dalla loro molti fattori: una componente social che spinge i giocatori a collaborare e conoscersi, meccaniche di gioco più complesse e una difficoltà reale negli scontri, grazie al cervello umano presente dall’altra parte. Non è minimamente paragonabile ad un “semplice” gioco a singolo giocatore, dato che sfrutta esclusivamente l’intelligenza (deficienza) artificiale per entrambe le fazioni in campo e non presenta meccaniche di gioco elaborate, facilmente accessibili e che mirano a far scorrere placidamente il gioco allo scopo di portare a termine la storyline per poi rimettere il disco nella sua custodia plasticosa, destinata a rimanere sulla mensola della camera a prendere polvere per gli anni a seguire.

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Libertador – Ok, una volta terminato un gioco in singleplayer c’è un’alta possibilità che rimanga lì a prender polvere, ma non sempre. A volte rigioco i titoli che mi son piaciuti e penso che a tutti qualche volta venga la voglia di rispolverare qualche titolo del passato, non è quando viene completato che un videogioco termina la sua vita, bensì quando sparisce dai nostri ricordi più belli. Ho giocato titoli multiplayer (che ancora oggi gioco ogni tanto) che non mi hanno lasciato nulla, certo non staranno lì a prender polvere, ma non occupano un posto tra le memorie più care. E poi diciamocelo, i giochi singleplayer hanno una trama, una caratterizzazione dei personaggi e del background che quelli multiplayer si sognano, e non c’è bisogno di starne qui a discutere. Per me i videogiochi nel vero senso della parola sono singleplayer, il multiplayer è solo un palliativo che smorza l’attesa tra un gioco ed un altro, un semplice divertissement che può strappare serate in allegria, ma che rimane una porzione infinitesimale in confronto alla maestosità del singolo giocatore.

Kley – Un gioco veramente “eterno” deve intrattenere il giocatore per migliaia di ore ed essere ancora giocabile, grazie a continui aggiornamenti e espansioni della trama di gioco, in qualsiasi momento. Ti posso citare una miriadi di titoli, specialmente di genere MMO, che hanno una trama mastodontica, paragonabile all’insieme dei tre capitoli di Mass Effect e The Witcher messi insieme. Si, la grandezza e longevità della trama non è l’unica cosa che conta, ma aggiungendoci un mondo di gioco di dimensioni siderali e personaggi epici, a cui moltissime software house si ispirano: vedesi ad esempio i personaggi di Warcraft, come Grommash Malogrido o Anub’arak, che sono tutt’oggi ancora “in vita” dopo quasi 20 anni dalla loro creazione, ed utilizzati nel recente Heroes of the Storm, oppure la trama ben strutturata ed eterna di Guild Wars 2, premiato da tutti proprio per essa.
Insomma, non si può dire che il multiplayer è un palliativo, in quanto si sta parlando dei videogiochi più giocati di tutti, quelli che necessitano di più tempo per lo sviluppo e che hanno più addetti ai lavori, parliamo di centinaia di persone e 4/5 anni di sviluppo minimi.

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Libertador – Ho una concezione più artistica del medium, non tarata sulla longevità vitale del prodotto. Secondo me il videogioco comunitario, quello che veniva fruito per competere con amici oppure per collaborare con loro è evoluto, è diventato più introspettivo e carico di significato. Non sono uno che non guarda le origini, che bypassa la storia, ma che semplicemente si rende conto che il multiplayer è un gradino più basso all’esperienza in single, che invece è capace di far entrare il videogiocatore in mondi fantastici e farcelo restare per tanto tempo. Questa è un’esperienza che può essere fatta solo in solitaria, non mi ci vedo a leggere un buon libro mentre qualcuno mi grida nelle orecchie o mi sfida a chi legge prima quel capitolo, no decisamente no, il videogioco come forma d’arte (o di qualcosa che vi si avvicina) gode della sua accezione più sublime quando è da solo con il videogiocatore, ansioso di trasmettergli la sua carica emotiva. Non c’è poesia in giochi enormi, ma senza una vera anima (approcciandomi a diversi MMO me ne sono dovuto distaccare perché non c’era nulla che mi spingesse a continuare), né in frenetici titoli competitivi in cui conta solo fare più punti dell’avversario. La poesia è essenziale nei videogiochi, così come la genialità e l’immersività, anche un gioco che dura tre ore può dare un colpo così forte da scuoterti per più tempo di un World of Warcraft a caso. Sto parlando di Brothers: A Tale of Two Sons.

Kley – World of Warcraft, come anche Guild Wars 2 o Lineage 2 hanno sicuramente u’ anima. Alla fin fine se vuoi un videogioco online che abbia una trama con gli attributi devi per forza dirigerti verso uno degli MMORPG che hanno segnato la storia dei medium videoludico. Dici che non è presente un’anima, be’ non si può pretendere di carpire tutto con sole cento ore di gioco su un MMORPG, è molto pretenziosa come richiesta. È come se io volessi comprendere tutta la trama di The Witcher giocando solo il primo capitolo del gioco. Quando un titolo è destinato a durare centinaia, o migliaia, di ore non può darti tutto e subito o in un breve arco di tempo, che nella maggior parte dei singleplayer si tratta di una giornata di gioco e niente più. Il Multiplayer è nato molti anni dopo il singleplayer, quindi a rigor di logica il tuo ragionamento è del tutto fuori fase.
Dopo un esperienza di anni passati sugli MMORPG storici e più influenti e in parallelo i titoli singleplayer più blasonati, come Final Fantasy, Half Life e The Elder Scrolls, ho capito che l’esperienza più longeva e radicata te la donano solamente gli MMORPG, richiedono senz’altro molto tempo, ma sono quelli che nel lungo termine ricambiano.

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Libertador – Non voglio star qui a fare lezioni di storia, ma in realtà il videogioco è nato con una concezione diversa, si giocava per sfidarsi (guarda anche uno dei primi videogiochi, Tennis for Two), le sale giochi erano colme di ragazzi che si assiepavano dietro un cabinato per vedere l’ultimo record di Space Invaders battuto, oppure che sganciavano fior fior di denari per uccidere in coppia l’ultimo boss di Metal Slug. Anche se nel nostro animo da videogiocatori la sfida trova sempre un posticino, dobbiamo renderci conto che il videogame è cambiato, è diventato più complicato e introspettivo. Ed è per questo che molti, compreso me, non giocano più per raggiungere un obiettivo, per essere ricompensati da qualcosa, ma per il puro gusto di giocare. Gli MMO non sono il mio genere, ci mettono molto ad ingranare, sono superficiali in molti aspetti relativi a trama, missioni e personaggi (perché subordinati al gioco comunitario) e ti sottraggono tantissime ore. Per me il videogioco è più immediato e più profondo, senza nulla che ti spinga a giocare per non sprecare l’abbonamento mensile o per non perdere l’allenamento. Si gioca perché è bello ed è bello poiché si è da soli al cospetto con il videogioco, in una sorta di ascesi virtuale da cui non vorremmo uscire mai.

Kley – Tra sfida a punteggi in singleplayer e multiplayer c’è differenza. Quelli che hai citato tu sono dei semplici videogiochi a singolo giocatore o a due giocatori che collaborano allo scopo di arrivare alla fine e superare il punteggio di qualcun’altro, è un gioco fine a se stesso. Il multiplayer vero non ha “punteggi” di questo tipo, al massimo in rating di abilità del giocatore o della squadra che non serve ad altro che attestare che quella squadra è forte, debole o mediocre. Il multiplayer rispecchia la competitività della vita quotidiana, spingendo il giocatore a cambiare in base alle necessità e alle avversità che incontra, messa in un gioco dove non hai nulla da perdere, ma solo da imparare e conoscere te stesso e gli altri. Ognuno ha il suo genere e stile di gioco preferito, l’importante è riconoscere i lati negativi e positivi di ognuno, giacché nulla è perfetto.

È meglio il singleplayer, il quale esalta al massimo la trama e i personaggi e che riesce a scavare nell’emotività del giocatore grazie ad una poesia che solo da soli si può godere appieno, oppure è meglio giocare in multiplayer, divertendoci per un periodo di tempo pressoché infinito e confrontandoci e collaborando con altri giocatori per ravvivare la nostra competitività? A chi date ragione, a Libertador o a Kley? L’ultima parola spetta a voi!