Dopo esserci destreggiati tra centinaia di persone e aver fatto file lunghe anche più di un’ora ci sta prendersi un attimo di pausa, sedersi ed ascoltare la conferenza di uno dei più grandi nomi del mondo dei videogiochi: Toru Iwatani, che nel 1980 diede vita a quel simpatico e goloso pallino giallo, Pac-Man. Dimentichiamoci le numerose rampe di scale che abbiamo scalato per raggiungere la sala, e non citiamo la difficoltà che abbiamo avuto nel trovarla, vogliamo ricordarci solo le parole di un uomo che ne sa a pacchi e che porta avanti la filosofia dei game designer di una volta.

Pac Man Speciale 3

Regola numero 1: semplice e intuitivo

Negli anni ottanta le sale giochi giapponesi erano dei posti “bui e puzzolenti”, occupati per la maggior parte da un pubblico esclusivamente maschile. Mancava un tocco femminile, una pennellata di colore e charme per accendere quei luoghi inospitali. Serviva un gioco in grado di piacere al gentil sesso, che non implicasse il sangue, la morte e la pura violenza. Urgeva trovare un tema su cui costruire poi un prodotto, i candidati erano diversi, tra cui l’amore e la moda, ma l’idea lampante balenò nella mente di Iwatani san in una cena con la sua ragazza, amante della buona cucina: dopo aver tagliato una fetta di pizza, egli adocchiò l’iconica forma rimasta e ideò uno dei personaggi più celebri dell’intero videoludo. Lo chiamò Pac-Man, ispirandosi all’espressione giapponese “paku-paku” proferita relativamente a qualcosa relativo col mangiare, e il suo unico scopo era quello di ingurgitare un numero spropositato di dolcetti fuggendo da quattro colorati fantasmini, ognuno gestito da un algoritmo differente. Quello rosso seguiva Pac-Man, quello rosa gli si posizionava davanti a 32 pixel di distanza, quello azzurro assumeva una posizione speculare a quella del nostro eroe mentre quello arancione si muoveva randomicamente. Tutto ciò per evitare un appiattimento del gameplay e per iniettare una dose sempre crescente di adrenalina nelle vene del giocatore, un’idea semplice ma estremamente valida, come il sistema di controllo. Per guidare il nostro giallo golosone bastava infatti muovere lo stick in quattro direzioni, un gameplay di una semplicità disarmante che però è durato per 35 anni senza invecchiare eccessivamente. Una delle regole per la creazione di un buon videogioco è quindi la semplicità, il prodotto deve essere intuitivo e accessibile a tutti, anche ai meno avvezzi ai videogames. Iwatani ha lanciato una frecciatina ai titoli moderni, spesso estremamente complicati, che hanno perso di vista l’obiettivo principale, divertire, e qui viene la seconda regola.

Pac Man Speciale 1

Regola numero 2: il divertimento prima di tutto

Quando si vuole sviluppare un videogioco non si deve visualizzare se stessi, tutto ciò che viene creato non deve divertire noi e solo noi, è importante metterci nei panni del videogiocatore medio e creare il nostro progetto in funzione di ciò. Sbagliano i game designer che si fondano sulla propria esperienza da giocatori, come sbagliano quelli che mettono in secondo piano il divertimento in favore di un qualsiasi altro elemento. Una filosofia datata e che attecchisce poco nel continente europeo, ma che in Giappone è ancora seguita da colossi come Nintendo, che puntano ad un’utenza di tutte le età. C’è molta saggezza in queste parole, specchio di una cultura differente e affascinante allo stesso tempo che ci fa ripensare alle infanzie nelle sale giochi, lì dove contava passare attimi di spensieratezza insieme agli amici, senza troppo arrovellarsi in narrazioni intrecciate o meccaniche complicate. Iwatani, che è anche un professore del Politecnico di Tokyo, sta insegnando ai suoi discepoli come proiettare il proprio io nella mente dei giocatori, un modo di fare agli antipodi rispetto a quello perseguito da molti sviluppatori, soprattutto quelli indipendenti, che vogliono invece portare la loro mentalità nella testa di chi fruisce il loro videogame, un atteggiamento forzato e che a volte non porta buoni risultati.

Pac Man Speciale 2

Regola numero 3: mai fermare l’innovazione

Un geniale game designer non si fossilizza su un’idea buona, quell’idea invecchia, perde lustro e non può durare per sempre. Toru Iwatani, nella sua pluridecennale carriera di sviluppatore, in cui ha realizzato circa 50 videogiochi, ha sempre cercato la novità, quel guizzo che garantisce un brivido e la volontà di andare avanti sperimentando. Pac-Man non è stata semplicemente una buona idea, tutto era al suo posto, un gameplay semplice ma estremamente divertente, musiche carismatiche quanto assuefacenti e un personaggio, per quanto pixelloso e monocromo, in grado di trasmetterci la sua famelica personalità. Un progetto del Politecnico di Tokyo sta cercando di rivitalizzare il progetto ideato 35 anni per riproporlo in una nuova veste fondendo il monitor, il sistema di controllo e il giocatore stesso. L’idea è quella di ricoprire il giocatore con una vera e propria tuta in grado di poter visualizzare delle immagini in movimento che potranno essere controllate dai gesti. In un video mostrato alla conferenza un ragazzo interagiva con Pac-Man aiutandolo a fuggire da un fantasmino grazie ai movimenti di braccia e gambe: avvicinare due arti permetteva la creazione di nuove vie che potevano essere percorse dal nostro giallo pallino e ciò è possibile anche con più giocatori. Immaginate ora una serie di persone che giocano a Pac-Man con l’azione proiettata sui loro corpi, non sarebbe uno spettacolo? Purtroppo il tutto è ancora in fase sperimentale e ci vorrà un po’ prima di vedere qualcosa di più concreto, noi siamo estremamente curiosi.

Stampato nella mente

L’interessante lezione di game design, condita da battute e simpatia che non sono mai mancate, è poi giunta al termine. Il ricordo di questo bellissimo incontro è ora stampato sotto forma di autografo su una piccola cartolina dedicata al trentacinquesimo anniversario di Pac-Man, una memoria di una scuola di pensiero non sempre condivisibile, soprattutto per noi occidentali, e forse un po’ datata, ma decisamente valida ed espressa da un uomo che ha costruito intorno alla sua passione una vita professionale di estremo successo. Touché.